Il dodicesimo presidente della nostra Repubblica, Sergio Mattarella, è il primo giunto all’undicesimo messaggio di fine anno agli italiani: il prossimo 3 febbraio avrà compiuto undici anni di mandato. Mattarella è anche il secondo inquilino del Quirinale ad essere eletto per un secondo mandato, preceduto da Giorgio Napolitano (2006-2015). Ma da Re Giorgio, appellativo procuratogli dalla forte volizione impressa alle sue attribuzioni, l’attuale inquilino del Colle si distingue – lo ha confermato in questo ultimo discorso – come interprete rigoroso dei poteri presidenziali e della stessa Carta costituzionale.

A Dio piacendo il Presidente gode di buona salute. Mattarella, che oggi ha 84 anni, potrebbe diventare il primo Capo dello Stato, tra tre anni, nel 2029, a completare due settennati pieni. Siamo davvero in un’altra epoca politica e forse in una nuova età dell’umanità grazie al fuoco prometeico dell’intelligenza artificiale. Nelle benedette prassi redazionali che misurano la durata di governi e presidenti del Consiglio – inclusa l’ascesa verso il primo posto di Giorgia Meloni – si era persa di vista la longevità politica della più alta rappresentanza istituzionale del Paese, record oggi detenuto saldamente da Mattarella. Per questo, chiave di lettura essenziale del suo discorso dell’altra sera, è la regola d’oro di McLuhan: il medium è il messaggio, e la figura del Capo dello Stato è essa stessa il messaggio più vero.

Il Presidente ha attraversato in prima persona, esercitando ruoli di primo piano, stagioni importanti e drammatiche della vita repubblicana e internazionale. Non ci si poteva aspettare da lui l’omissione dell’elencazione canonica dei problemi strutturali del Paese, congiunta al nomenclatore dei suoi punti di forza. Mattarella non si è sottratto al compito di routine, anche se un cenno esplicito al valore della stabilità poteva starci. Ha, invece, dato valore al suo intervento – da testimone d’eccezione qual è stato – dotandolo di un cuore di comuni memorie, di un album collettivo o forse è il caso di dire di un long playing di emozioni, perché la storia della Repubblica raccoglie anche i “suoni” che sono stati evocati dal racconto del Presidente: da quelli tragici provocati dalle stragi e dagli attentati mafiosi, a quelli donatoci dalle armonie “della cultura, dell’arte, del cinema, della letteratura, della musica”, grazie anche al “servizio pubblico affidato alla Rai”. E così anche i “momenti di gioia, di orgoglio, di appartenenza” regalateci dai nostri atleti e dal “risuonare” dell’inno italiano nelle premiazioni. Evitando un lessico di divisione Mattarella ha usato “il film della memoria” – con i suoi eroi condivisi, riassunti nelle figure di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino – come collante nella quale tutti gli italiani e i loro “insiemi”, animati da passioni e appartenenze, possono riconoscersi. Ha evitato toni decisi perché il discorso politicamente forte, lo aveva già pronunciato in occasione dello scambio di auguri con i rappresentanti delle istituzioni e delle forze politiche: gli interlocutori naturali della sua moral suasion.

In questa ultima occasione, ha scelto lui per primo di “disarmare le parole”, partendo dalle proprie, in linea col magistero di Papa Leone. Tenendo conto dei sentimenti di stanchezza che serpeggiano nella società civile in ordine alla guerra in Ucraina, ha evitato di ripetere il concetto – tipico dello statista – espresso di fronte al ceto politico in favore della spesa per la difesa che è “sempre stata comprensibilmente poco popolare”. Su questo piano, ha bypassato esempi recenti delle nostre missioni militari all’estero – sarebbe stato più che naturale il ricordo dei caduti italiani a Nassirya – e ha richiamato il lontanissimo “sacrificio dei nostri aviatori in missione umanitaria a Kindu, in Congo, nel 1961”. Un’apparente “stranezza”, spiegabile col desiderio di calmierare spaccature tra opposte sensibilità e tra le forze politiche.
Di certo – ma anche in ciò, come sa chi non è più giovanissimo, l’età aiuta – il lascito per il futuro di Mattarella di questo “difficile” messaggio sta nell’invito a guardare questo “grande mosaico” di vissuto collettivo “allontanandoci dalle singole tessere che lo compongono”. Una esortazione di incontestabile saggezza.