I medici del 118 sono i primi che incontrano gli ammalati. Sono quelli che corrono in soccorso a bordo delle ambulanze, girano in strada senza sosta e intervengono anche in situazioni drammatiche per salvare la vita dei pazienti. A Napoli spesso sono vittime di aggressioni o costretti a lavorare in situazioni molto complicate. Eppure sono la categoria sanitaria più bistrattata insieme a infermieri e autisti in convenzione. In questo momento di grande emergenza per il Coronavirus subiscono turni di lavoro molto più stressanti del solito. Eppure da gennaio 2020 i medici del 118 dell’AslNa2Nord, AslNa3 Sud e Asl Caserta si sono visti decurtare dallo stipendio l’indennità di rischio. A questo si aggiunge un’altra criticità: quella della carenza di Dispositivi di Protezione individuale (DPI). “Dobbiamo centellinarli – racconta Luigi Esposito, medico del 118 e segretario provinciale Fimmg Emergenza Sanitaria– in un sistema come il nostro che è particolarmente esposto, sempre in prima linea. Che è anche molto debole per come è strutturato: è un sistema misto che vede pubblico e privato insieme, mondo dell’associazionismo e sanità pubblica che lavorano di pari passo in nome della spending review. In questo momento di crisi sono emerse tutte le difficoltà: per esempio non si capisce bene se le associazioni che forniscono autisti e infermieri, nei loro contratti con le Asl debbano fornire dispositivi di sicurezza. E comunque garantire i Dispositivi di Protezione, secondo la legge sulla Sicurezza sul Lavoro diventa complicato. Nelle convenzioni, ad esempio  non è facile capire chi è il datore di lavoro e dunque chi deve garantire sicurezza”.

Il medico spiega che “centellinare i DPI” corrisponde a violare le procedure codificate a livello internazionale. Queste prevedono che nel momento in cui il 118 risponde alla chiamata per un soggetto anche solo ipoteticamente affetto da Coronavirus, bisogna indossare tutti i dispositivi. “Il paradosso è che seguendo i dettami governativi noi dobbiamo continuare a lavorare anche se positivi, se siamo in assenza di sintomi, ma questo vuol dire che  se inconsapevolmente abbiamo contratto il virus diventiamo dei veri e propri untori. Rischiamo di essere noi la fonte del contagio”.

Ad aggravare maggiormente la situazione di circa 400 medici che lavorano sul territorio è la sottrazione dell’indennità di rischio. Una decisione presa nel 1999 quando nacque il servizio del 118. Fu allora che si previde di dare ai medici in convenzione un’indennità di rischio per favorire il passaggio del personale dalle guardie mediche al 118. “Questa indennità fu stabilita perché quello del 118 è un lavoro usurante, soggetto a rischi biologici, e lo stiamo vedendo in questi giorni, a turnazione maggiore e su festivi, perché comprende anche i sabati e le domeniche quando i medici di famiglia, per esempio, non lavorano affatto. Eppure il nostro è un lavoro assimilabile a quello ospedaliero ma con una competenza territoriale”. La delibera di giunta regionale campana fu recepita e fu stabilito che questa indennità doveva essere estrinsecata nell’accordo nazionale di lavoro successivo. Ma nel 2005 non avvenne nessuna modifica. “In nessuna altra delibera c’è menzione di questa indennità extra contrattuale – continua Esposito – Ma non significa che questa sia stata abolita”. L’accordo finisce nel Sistema Integrato dei Convenzionati Nazionali. Qui viene recepito l’accordo e sottoposto alla Corte dei Conti per la verifica delle coperture finanziarie. “Dal 2005 a oggi non esiste alcuna nota della Corte dei Conti che verifica un’ illegittimità dell’indennità. Nella nota che le ASL hanno mandato nel gennaio 2020, L’asl Na2Nord sosteneva che in seguito all’attività investigativa della Guardia di Finanza, i zelanti dirigenti si sono accorti che veniva erogata indebitamente questa indennità. Dunque invocando l’autotutela hanno deciso di sospendere l’indennità. Ma la Corte dei Conti ha mandato la finanza per fare verifiche su altre cose, non certamente sui compensi dei medici”.

Luigi Esposito sottolinea che ultimamente è scattata anche la caccia al “furbetto”, per cui spesso ai medici del 118 viene additata anche la colpa di sottrarsi al loro dovere. “Hanno messo in dubbio la veridicità dei certificati di malattia dei nostri colleghi. Ci hanno anche ricordato con lettera ufficiale che se i medici si sottraggono all’intervento adducendo come motivazione la mancanza dei DPI sono perseguibili penalmente. In un momento storico come questo è veramente singolare che venga decurtata l’indennità, dove il rischio oggi è così alto. L’indennità dovrebbe invece essere consolidata. Il rischio serio è che quei pochi che hanno deciso di fare questo lavoro, lo lascino e ci troveremo nel giro di pochissimo tempo davvero impallati. Circa 400 medici del 118 in Campania non credo incidano così tanto sul bilancio regionale”. Ma sarebbe un rischio grandissimo per la collettività.

Dalla loro parte si è schierata Michela Rostan, vicepresidente della Commissione Affari sociali della Camera. “Il tributo che i professionisti sanitari stanno pagando con 2.300 casi positivi dei quali 1.900 sono medici e infermieri – ha detto la deputata di Italia Viva – è assolutamente eccessivo e deve essere a tutti i costi ridimensionato. La distribuzione dei kit di protezione è in questo momento la vera emergenza nazionale. L’appello della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici, della Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche e della Federazione nazionale dei medici di medicina generale non deve cadere inascoltato. La previsione nel decreto ‘Cura Italia’ di 3,5 miliardi di euro per il comparto della sanità pubblica e della Protezione civile – ha concluso Rostan – è una prima risposta importante del governo alle migliaia di operatori sanitari che stanno combattendo senza sosta in prima linea il coronavirus. Occorre però accelerare al massimo tutte le procedure previste nel decreto per dare attuazione all’implementazione del personale che consentirebbe di colmare nel più breve tempo possibile le carenze degli organici dei servizi di emergenza e di quelli ospedalieri messi a dura prova dalla diffusione del contagio”