La “bomba” migranti. L’orrore di Civitanova. Legalità, inclusione, sicurezza: la realtà irrompe, con tutta la sua tragicità, nell’asfittico dibattito politico. Il Riformista ne discute con Enrico Borghi, deputato del Partito democratico, membro del Copasir, responsabile delle Politiche per la Sicurezza nella segreteria nazionale Dem.

La Libia “è un cannone puntato sulla campagna elettorale: l’immigrazione è forse l’arma più potente per chi ha interesse a destabilizzare e, dunque, a interferire sul voto di settembre”. Così a Repubblica una fonte qualificata dei nostri apparati di sicurezza. Lei come la vede?
Stiamo ai fatti. Primo fatto: il presidente della commissione interni del Parlamento di Tobruk ha confermato che “bande criminali” stanno alimentando i flussi migratori verso l’Italia. Secondo fatto: dalle coste della Cirenaica, controllata militarmente dai russi, sono partiti nelle ultime settimane almeno 4.000 immigrati. Terzo fatto: dietro la destabilizzazione libica c’è un ruolo marcato di Mosca. Quarto fatto: in sei stati africani attorno alla Libia in un anno ci sono stati colpi di stato, violenze, attentati, disordini, con la brigata Wagner in azione. Quinto fatto: il blocco delle granaglie determinato dalla guerra di Putin colpisce soprattutto i paesi del Nord-Africa. Solo i ciechi e quelli che non vogliono vedere non si possono accorgere di ciò che sta accadendo: Putin ha acceso una caldaia in Africa sotto i nostri piedi, chiudere i rubinetti energetici e apre quelli della tratta dei migranti. E qui da noi, la destra strumentalizza gli effetti chiudendo gli occhi rispetto alle cause del fenomeno, e quindi prendendo in giro gli Italiani.

Sempre per restare sull’argomento. Nei giorni scorsi, la leader di FdI, Giorgia Meloni, ha rilanciato l’idea del blocco navale come argine all’“invasione” di migranti.
Giorgia Meloni è una accreditata candidata a Palazzo Chigi. Non può pertanto eludere una domanda fondamentale: onorevole Meloni, qualora lei fosse Presidente del Consiglio, darebbe l’ordine di sparare contro un natante che ha a bordo civili, donne e bambini? Perché questo è il blocco navale. Se una nave non si ferma, tu spari. Onorevole Meloni, risponda alla domanda: davvero lei darebbe l’ordine di sparare ad una nave carica di civili?

Temi come l’inclusione, l’apertura di corridoi umanitari legali, una solidarietà che non si contrappone alla sicurezza, non dovrebbero essere capitoli centrali nell’agenda politico elettorale di quel “campo ampio” a cui il Pd sta lavorando?
Lo sono e lo saranno, perché noi non staremo a giocare di rimessa e in difesa contro la destra, balbettando su questi temi. Al contrario, sfidiamo la destra a dimostrare che il loro modello, fatto di slogan e di enfatizzazione delle paure, sia efficiente. Ma mi faccia dire una cosa: dal 2008 ad oggi, in 14 anni, il Pd ha avuto la responsabilità diretta del Viminale solo per un anno e mezzo. In tutti gli altri anni, abbiamo avuto ministri di centrodestra (Maroni, Alfano, Salvini) o tecnici (Cancellieri e Lamorgese). Se allarghiamo il campo agli ultimi venti anni, il centrodestra ha occupato il Viminale per 15 anni, il Pd per 3 e mezzo. Quindi si astengano dalle prediche e dalle accuse, perché questi sono fatti. E la legge che regola l’immigrazione si chiama Bossi-Fini. Ed è un modello fallimentare, al quale dobbiamo contrapporre una logica opposta: lavorare sulle cause che generano immigrazione, svuotare i terribili campi in Libia, costruire corridoi umanitari per evitare le tragedie del Mare, lavorare sulla redistribuzione europea abbattendo il Trattato di Dublino come già accaduto per i profughi ucraini, puntare alla integrazione per chi ne ha diritto e sui rimpatri per chi non ne ha. Servono processi ordinati, e al Viminale serve chi sta chiuso dentro 15 ore al giorno a lavorare, non chi fa il saltimbanco in giro per l’Italia a gonfiare le paure. E da ultimo: la terribile vicenda di Civitanova Marche, con quel massacro di una persona di colore sintomo di un clima di odio, ci dice che la politica ha un compito essenziale. Che non è quello della retorica, ma della concreta iniziativa. Che parte anzitutto dall’obbligo di sgonfiare, e non alimentare o sfruttare, la bolla nella quale si gonfia l’odio. Ogni parola è pietra, oggi più di ieri. E saremo giudicati dai frutti.

Di questo campo aperto, nella visione del segretario Dem, non fa parte il Movimento5Stelle di Giuseppe Conte. È una rottura definitiva?
Il Movimento 5 Stelle si è assunto una pesantissima responsabilità, unendo i propri voti a quelli di Lega, Forza Italia e centristi di destra per affossare il governo Draghi. Per noi è stata una cesura irrimediabile, perché in politica ai fatti seguono le conseguenze e non si può tranquillamente tornare davanti agli elettori facendo finta di nulla, come invece si fa a destra dove ci si è divisi per anni e ora ci si imbelletta per concorrere al premio del maggioritario e poi ricominciare l’antico sport a base di arsenico e vecchi merletti che li vede divisi tra governo e opposizione dal 2013. Detto ciò, in politica con i settarismi, con gli ultimatum che poi diventano penultimatum, con i veti ad personam non si va da nessuna parte. È la politica, con il merito delle cose e con le prospettive che si scelgono, a determinare i compagni di viaggio. E noi riteniamo che l’identità di un partito risieda nei propri valori e nel progetto che esprime, piuttosto che sulle alleanze. Serve strategia, non tattica infinita. Serve parlare a tutti gli italiani, senza dividere a priori il campo tra chi pretenderebbe di rappresentare i moderati, chi la sinistra, chi questo o quello spazio. Per questo il Pd fa il Pd, e cioè innesta una fase espansiva ed inclusiva per tornare ad essere quello per cui è nato: la sintesi migliore dei riformismi italiani, per governare il Paese in un’ottica di modernizzazione e di giustizia sociale. Chi crede a questi valori, è il nostro naturale interlocutore in termini di alleanze, perché non bisogna avere la pretesa dell’autosufficienza. Chi ha deciso di prendere la strada della radicalizzazione per fini puramente di sopravvivenza, ha imboccato una strada diversa.

Non c’è il rischio che la personalizzazione abbia il sopravvento, nel centrosinistra, a quello che un tempo si sarebbe chiamato l’”interesse generale”? Fioriscono le autoinvestiture a premier…
La personalizzazione della politica ha aperto le porte all’autoritarismo, in passato. La crisi dei partiti, e la delegittimazione della politica degli ultimi tre decenni, non ha prodotto ciò che qualcuno immaginava, ma solo un sistema istituzionale più slabbrato e fragile che fatica a governare i cambiamenti. Le diseguaglianze si sono dilatate, e rischiano di far tramontare la solidarietà. Oggi la Meloni rilancia il presidenzialismo. Mi domando: quale? Quello americano, ormai radicalizzato che lega la democrazia a chi ha più soldi producendo Trump? Quello francese, che dopo De Gaulle e Mitterand è contestato dalle piazze o azzoppato dagli elettori? Quello sudamericano, che si nutre di caudillismo e populismo sfondando le casse pubbliche? Senza i partiti, piaccia o meno, in democrazia non c’è partecipazione, e senza il popolo la democrazia è a rischio. La gente capisce che il tempo degli uomini soli al comando e delle soluzioni miracolose delle leadership è finito. È il tempo del ritorno al gioco di squadra, l’unico in grado di affrontare e vincere le sfide dei tempi. E in questo, il dna del centrosinistra è attrezzato.

C’è chi consiglia al Pd di essere identificato come il partito dell’“Agenda Draghi”. Non ritiene questo orizzonte troppo limitativo?
Noi abbiamo sostenuto con convinzione e lealtà lo sforzo del Presidente Draghi, ne abbiamo condiviso e ne condividiamo le linee fondamentali su cui ha costruito la sua azione di governo: atlantismo, europeismo, tenuta dei conti pubblici, rilancio dell’economia, lotta alla pandemia. Il lascito del governo Draghi è molto significativo, e non cadrà nella polvere perché noi non lo permetteremo a differenza di chi ha voluto azzopparlo in maniera vile. Su questo lascito, noi innesteremo le nostre parole d’ordine che non si potevano ovviamente spendere dentro un governo di unità nazionale. Agenda sociale; Ambiente e sostenibilità; Lavoro e parità salariale; . Diritti, per riprendere il cammino interrotto del ddl Zan o dello ius scholae; Giustizia sociale e Scuola e sanità pubblica. Da questo mix, ne esce una cultura di governo all’altezza dei tempi che cambiano.

Come rimettere al centro dell’iniziativa politica l’irrisolta, drammatica, questione sociale?
La politica ha il dovere di interpretare e orientare lo sviluppo dopo la crisi sanitaria globale. Dobbiamo dire quale mondo verrà. Possiamo uscirne a destra, con paura, chiusure e nazionalismi, o a sinistra, con solidarietà, innovazione, coesione. Oggi la politica è chiamata a rispondere a questo bivio. C’è un carico di diseguaglianze nelle nostre società che rischia di essere micidiale. Noi dobbiamo stare lì in mezzo, per rompere la perniciosa spirale fatta di conservatorismo e populismo che ha prodotto le diseguaglianze e genera il consenso figlio delle diseguaglianze. Se investiremo con forza su noi stessi, sulle nostre idee e i nostri valori, e lo sapremo far comprendere agli Italiani, potremo raggiungere la consapevolezza che passa attraverso di noi, soltanto da noi, la salvaguardia di una idea della democrazia alla quale non siamo disposti a cuor leggero a rinunciare.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.