Fra la ragione e il torto c’è una frontiera tutt’altro che invalicabile: gli steccati legislativi tesi a distinguere l’una dall’altro si rivelano troppo spesso semplici congetture, fino al punto da apparire fungibili se non strumentali. Ciò che è corretto qui, non lo è altrove; la giustizia di un tempo passato non corrisponde a quella odierna. E così via, in un vertiginoso scambio delle parti fra colpevoli e innocenti, vittime e carnefici che, se non fosse regolato dalla convenzione giuridica, potrebbe condurre l’uomo alla follia. È questo il tema di fondo del più grande racconto lungo, o romanzo breve, della letteratura moderna: Michael Kohlhaas di Heinrich von Kleist, pubblicato nel 1808 e appena riedito dall’editore Fazi in una nuova traduzione di Federico Ferraguto (pp. 126, 17 euro).

Franz Kafka considerava quest’opera un’icona della sua stessa visione poetica. Il castello, ad esempio, non sarebbe ciò che è, senza il Kohlhaas, sostanzialmente la storia di un sopruso lavato col sangue. Il protagonista, mercante probo e terribile al tempo stesso, subisce l’affronto da un signore feudale, Wenzel von Tronka, che prima gli chiede un lasciapassare senza averne il diritto, poi gli sequestra i cavalli, infine, dopo aver malmenato il suo schiavo, glieli sfianca fino all’inverosimile. L’uomo onesto si trasforma così per vendetta in un criminale, mettendo a ferro e fuoco il castello del nemico. Da quel momento egli piomba nel gorgo: vedrà morire sua moglie, sarà convocato perfino da Lutero in persona e posto agli arresti.

A nulla servirà il fortuito incontro con l’elettore di Sassonia che all’inizio parrebbe volerlo aiutare ma poi tradirà i patti mostrandosi interessato soltanto a entrare in possesso di un medaglione zingaresco contenente una lugubre profezia sul suo casato. Kohlhaas tecnicamente otterrà giustizia ma ciò non gli impedirà di finire al patibolo trascinato dal proprio estremismo etico. Condannato, a ben pensare, prima ancora che dagli avversari incrociati lungo la strada, pronti a sbarrargli il passo, dal proprio zelante e cieco oltranzismo. Il conflitto mimetico, dirà nel secolo dopo René Girard, risulta sempre fatale a entrambi i contendenti. Solo chi riesce a staccare la spina delle reciproche vendette può sperare nella salvezza.

È stata anche questa la sfida  più drammatica di Dietrich Bonhoeffer, il grande teologo fatto impiccare da Hitler settantacinque anni fa nel lager di Flossenbürg, pochi giorni prima della fine della Seconda guerra mondiale, il quale sin da giovane, nelle omelie di Barcellona ora ripubblicate da Castelvecchi (in particolare Etica cristiana, pp. 57, 8,50 euro), aveva collocato i concetti di “bene” e “male” dentro la responsabilità storica, svelando la fragilità di ogni semplice rivendicazione normativa, come poi scriverà in altri frammenti compresi nell’Etica (Queriniana): «Il fanatismo, per sua natura, perde di vista la totalità del male e si precipita come il toro contro il drappo rosso anziché contro colui che lo agita, finendo per esaurirsi e soccombere».

Sembra la caricatura del Kohlhaas, la cui narrazione, che sotto il titolo reca la dicitura Da una vecchia cronaca, possiede uno stile ieratico e solenne. Eppure il fascino maggiore è dato dalla velocità esecutiva: si passa da un episodio all’altro con ritmo incalzante e percussivo. Da una parte sentiamo il tono della proclamazione leggendaria, trascorsa e inappellabile, dall’altra il rullo di tamburi che annuncia il caos imminente.

Solo Puškin, pochi anni dopo, saprà rinnovare questo prodigio. Il doppio passo fra gli eventi trascorsi già collocati negli annali e la progressiva scoperta di fatti in corso d’opera nasconde il tesoro più prezioso del sentimento kleistiano: la reliquia conservata in bacheca e i fiori appena colti. Neo-classicismo e romanticismo intrecciati nel gheriglio mortale della statua sul punto di crollare. Il dramma del mercante di cavalli ingannato e furente anticipa la disperazione fatale che porterà al suicidio dello scrittore tedesco, il quale si toglierà la vita a Berlino, il 21 novembre 1811, solo tre anni dopo aver composto il formidabile racconto, sulle rive del lago Wannsee, insieme all’amata Henriette Vogel.