Tintarella di luna, tintarella color latte, quando c’è la luna piena tu diventi pallida, erano versi surrealisti altrettanto sfrontati quanto mi dipingevo le mani e la faccia di blu per volare più alto nel cielo infinito. Mina e Modugno avevano scardinato gli schemi della canzone melodica con i piedi e i versi per terra, per avventurarsi verso un mondo astratto e trasognato alla Chagall di cui gli italiani ancora freschi di guerra e di realismo socialista e fascista, godevano respirando ossigeno. Il passo successivo Mina lo avrebbe fatto affrontando il sesso, l’orgasmo femminile, la gioia e il diritto alla gioia, alla sessualità e alla parità di diritti erotici di donne e uomini.

Mi rendo conto adesso e solo adesso di essere coetaneo di Mina. E che quando a vent’anni trasalivo di stupore e ammirazione per questa creatura che trasmetteva libertà, avevo vent’anni anch’io. Anche questa è una rottura di schema: allora pensavo (senza fermarmi a pensarlo) che Mina non avesse età e che fosse una entità iperurania incline al gioco, ma vibrante e già eterna. Invece era una giovane ragazza di Busto Arsizio nata domani, 25 marzo, del mio stesso 1940 e che dunque anche lei fa parte di questa nostra generazione di ex giovanissimi improvvisamente e senza ragione già stupiti ottuagenari, quelli di cui è politicamente ipocritamente corretto dire che sono, siamo, il patrimonio della memoria del Paese e tutte le altre offensive scemenze che si borbottano oggi mentre gli ex ragazzi finiscono a carrettate nelle bare dei camion militari del coronavirus o trasferiti in oscuri crematori che ridurranno in cenere le loro agonie solitarie e disperate, proprio perché solitarie.

Chi muore oggi all’età che compie oggi Mina, leggo, chiede per cortesia agli infermieri bardati come cavalieri della morte un tablet, anzi un iPad con cui tentare un’ultima video-chiamata via Face Time per dire addio, farsi dire addio, lasciare una traccia, magari on line agli sbalorditi devastati figli e nipoti al di là di una saracinesca di piombo. Scopro che con Mina ho in comune una nonna di nome Amelia e questo mi fa sorridere, ma non so perché.
Lei, Mina, dando prova di un pudore non meno sconsiderato della sua carnosa bellezza, da anni si è sottratta all’immagine rendendosi saggiamente scomparsa, perché non ha voluto dare in pasto le sue sembianze di creatura umana e si è negata alla diffusione dell’immagine.

Ma, da adolescente negli anni Cinquanta, aveva combattuto la sua graziosa guerra di liberazione di suoni e melodie irraggiungibili e talvolta strampalate, comunque modernissime e di rottura, con mille e cinquecento brani. Brani che portava ai festival di Sanremo, alla mostra internazionale di musica leggera, aveva vinto già la targa Luigi Tenco (il delicato talento morto suicida) e si era guadagnata uno di quei titoli cretini che si usavano allora: lei era “la Tigre di Cremona”, contrapposta a Milva – più carnosa roca fulva e ormonica – cui spettava il titolo zoologico di “Pantera di Goro”, mentre la più mite Iva Zanicchi volava a spire concentriche essendo “ l’Aquila di Ligonchio”.

Tutto ciò alla gente piaceva perché queste cantanti erano considerate dive e godevano di uno speciale lasciapassare sul quale la Chiesa cattolica apostolica romana mugugnava e masticava amaro (Amintore Fanfani aveva imposto che le ballerine televisive della domenica pomeriggio indossassero un body grigio e lanoso che allontanasse cattivi pensieri e turbamenti manuali di adolescenti pustolosi e sempre vergini) e costituivano un Olimpo separato dal mondo, come le divinità greche o i super eroi americani. Ma erano sulla scena anche le grandi divinità internazionali che adoravano Mina, come Frank Sinatra, Placido Domingo, Liza Minnelli, Louis Armstrong (che era un ospite fisso e prediletto della televisione italiana, spesso con l’eroico e dimenticato Quartetto Cetra). Inventò la cantante “urlatrice”. La sua tecnica canora era formidabile fin dall’inizio e si poteva permettere vocalizzi che spaccavano i vetri, e infatti li spaccava.

Era in un primo momento una ragazza di balera, stava con gli Happy Boys du Nono Donzelli, nevrotica, si infuriava perché il pubblico interferiva nei suoi sentimenti vibranti con gli applausi, rubava il vestito da sera della madre che le cadeva storto, poi la casa discografica col padre, insomma non voglio barare: non sono il biografo di Mina e la cronologia sta tutta su Internet, ognuno se la può andare a rivangare, tanto ne abbiamo di tempo da perdere. Ma vale la pena dire ciò che forse oggi conta e quel che la rende ancora unica come persona, oltre che la voce straordinaria e la sua indole artistica: lo stupire.

Creava subito stupore ed era acclamata e se ne stupiva. Ne soffriva. Poi si entusiasmava e poi cadeva in una trappola di emozioni contraddittorie ma con questo pubblico che l’aveva scelta, prescelta, da cui fuggiva e poi si identificava e che però tendeva a divorarla come sempre fa il pubblico cannibale dei suoi idoli, e al quale lei voleva e non voleva dare tutta se stessa. Anzi non voleva affatto o almeno non più di tanto. Cioè in fondo nulla, tanto che oggi non sappiamo dove sia, che faccia, come passi le giornate e ogni tanto qualcuno fa uno scoop perché l’ha vista, l’ha intuita, l’ha immaginata.

Questo la rende grande come fenomeno collettivo e identitario, oltre le canzoni che sono state scritte per lei e di cui lei si è appropriata interpretandole in un modo che nessuno poteva imitare. La sua vita privata diventò pubblica e dunque anche ecclesiastica, cioè sottoposta a censura secondo le regole dell’Index e quando ebbe nel 1963 un figlio con Corrado Pani, sposato, la televisione di Stato come qualsiasi Ayatollah le comminò la sharia dell’invisibilità.