Se è vero, come vuole un adagio solitamente attribuito a Seneca, che “non c’è porto sicuro per chi non sappia dove andare”, i ragazzi dei cantieri del progetto “Scugnizzi a Vela” possono sentirsi fortunati. Sono infatti accolti e guidati da un capitano coraggioso e rassicurante, Stefano Lanfranco, che con l’associazione Life Onlus da ormai 15 anni porta avanti una serie di iniziative volte al recupero dei minorenni con condanne penali in fase di messa alla prova, e rifugiati, tramite l’apprendimento dei mestieri del mare e dell’antica arte del restauro di imbarcazioni in legno dismesse o abbandonate, nell’area di Napoli. L’odore di salsedine e gli scintillii delle superfici umide e corrose fanno da scenario ad un cantiere di corpi e di anime dove i rimpianti e i fantasmi del passato vengono messi da parte, per fare spazio all’olio di gomito, alla disciplina e alla soddisfazione di imparare un mestiere, antico e faticoso, che possa restituire a questi giovani orgoglio e dignità.

Ciro, nome di fantasia, proviene dal carcere minorile, ma non rimpiange la vecchia vita “che porta via solo la libertà, la cosa più importante che ci sia” sostiene senza esitare. Occhialini, guanti da lavoro consunti e tanta voglia di fare. Ciro non somiglia allo stereotipo dello scugnizzo “di mezzo la via” che cinema e letteratura degli ultimi ci hanno consegnato, ma piuttosto ad un ometto pronto a spaccarsi la schiena per migliorare e un giorno lasciarsi definitivamente alle spalle un passato di errori e di cattivi maestri. “Sono cambiato e ho imparato a stare con la gente e a lavorare, ci dice, ed è un’opportunità che non mi lascio scappare”.

Pierre invece, altro nome di fantasia, è un rifugiato politico, che lavora nel cantiere grazie alla mediazione dell’associazione Less, che gli ha donato “una grande opportunità, da mettere a frutto nel futuro. Piano piano sto imparando sempre di più dei mestieri interessanti che vorrei svolgere anche dopo il periodo di formazione”. Ama riparare le barche, si sente a suo agio tra le travi e le impalcature e nei suoi occhi si legge la speranza di poter trasformare questo periodo di formazione in un trampolino di lancio per un futuro lontano dalla sopraffazione e dal dolore.

C’è l’entusiasmo che si respira al cospetto delle grandi occasioni, nei discorsi di questi scugnizzi a vela , tra chi è consapevole di aver sbagliato e chi cerca di riaccaparrarsi della perduta libertà e della dignità negata, ed è lo stesso entusiasmo che sprigiona dallo sguardo di Stefano Lanfranco, grande timoniere di un progetto che rilancia a suon di forza di volontà e di attività pratiche tutta la semantica del mare , del viaggio di transizione e del percorso di cambiamento, e che valorizza mestieri dalla tradizione millenaria, intimamente legati alla Napoli che lavora e che si guadagna da vivere onestamente.

“Gli scugnizzi sono ragazzi che vanno aiutati da chi può in termini di sensibilità, di tempo e di attività e opportunità concrete”, sottolinea Stefano. “Ultimata la presenza nel carcere minorile di Nisida, il tribunale minorile decide di affidarli alle nostre cure. Gli insegnamo il restauro del legno e l’arte marinaresca in un ambiente straordinario come quello dell’antico arsenale borbonico, attuale quartier generale della marina militare, rimettendo insieme le parti giuste coerenti e corrette di questi ragazzi, che hanno bisogno soprattutto di una guida, in un percorso che dura un anno, un anno e mezzo”.

L’associazione si regge anche grazie a sostenitori quali il Gruppo Grimaldi, la banca Unicredit e la generosità dei Cantieri Napoletani che attualmente ospitano il cantiere di restauro della Nave Matteo, un bialbero di 17 metri il cui varo è previsto per la prossima primavera. A questa fascinosa carrozza del mare è legato un aneddoto che in qualche modo ispira i numerosi progetti e iniziative degli Scugnizzi in giro per l’Italia: “Il terzo nome di Nave Scuola Matteo è Caracciolini, per riprendere un’iniziativa di più di 100 anni fa, quando nel corso della prima guerra mondiale, molti scugnizzi senza arte né parte, raccattati per le strade, grazie alla Signora Civica, educatrice di altri tempi, riuscivano attraverso l’arte marinaresca, a diventare marinari e alcun idi loro anche sommergibilisti. Una storia che in piccolo stiamo ripercorrendo per dimostrare l’utilità e la bontà delle iniziative di recupero dei ragazzi a rischio”.