Daniela Santanchè fa il miracolo. I giustizialisti che per anni hanno alzato le picche, stretto le mascelle e incitato con rabbia alle dimissioni di chiunque fosse sfiorato da un sospetto, o peggio ancora da un avviso di garanzia, sono diventati garantisti. La ministra del Turismo ha esaminato passo per passo tutte le accuse mossegli e le ha respinte al mittente. Facendo balenare anche qualche retroscena interessante su chi avrebbe armato la campagna contro di lei: ci sarebbe “qualche vocale” che maldestramente è stato lasciato circolare. Chi ha preparato la trappola? Sappiamo solo chi l’ha raccolta e amplificata: Report. Che strano. Eppure stavolta la ministra non si dimetterà: la politica non la può fare e disfare questa o quell’inchiesta. Anche perché dalla ricostruzione offerta in aula dalla Santanchè si tratta di tesi artificiose e distanti dalla verità.

Ecco le sue parole: “Sono qui a riferire perché ho preferito non far pesare al Governo le conseguenze di una campagna di vero e proprio odio nei miei confronti. Affermo sul mio onore che non sono stata raggiunta da alcun avviso di garanzia, per scrupolo ho chiesto ai miei avvocati di verificare. Ho anche estratto il certificato dei carichi pendenti, risulta non ci siano annotazioni nei miei confronti”. E lo mostra. Lo sbandiera. Andatela a smentire. Daniela Santanché respinge al mittente con vigore le accuse piovute nelle ultime settimane e nell’attesa informativa al Senato, il ministro del Turismo riferisce circa il servizio lanciato da Sigfrido Ranucci con tanta foga e rivelatosi un grande bluff. Le acuse di Report sulle presunte irregolarità nella gestione imprenditoriale delle sue aziende, in particolare Ki Group e Visibilia, e sugli articoli che si sono susseguiti sulla stampa in merito a questa vicenda, per la quale le opposizioni hanno chiesto le sue dimissioni, finiscono al microscopio in un intervento appassionato. Venticinque minuti di disamina puntuale. Introdotta da uno sfogo. “Vi dico la verità: stamattina è accaduto qualcosa che va oltre la mia vicenda e che dovrebbe allarmare tutti voi senza distinzione di appartenenza partitica o politica – ha esordito la ministra, citando un articolo de il Domani che parla di indagini nei suoi confronti – Questa mattina il Domani afferma che invece sarei indagata, sia pure segretamente”.

E a quel punto ha iniziato a snocciolare informazioni, mescolando dati noti e altri oscuri, senza minimamente indicare alcuna fonte. Ebbene, delle due l’una – ha aggiunto – O il giornale mente sapendo di mentire e sceglie proprio questo giorno, quello del mio intervento in aula per una classica imboscata per colpire proditoriamente un ministro del governo contro cui giornalmente si scaglia, oppure prendo anche in considerazione l’ipotesi secondo la quale Domani ha avuto notizie che io non ho e che nessuno potrebbe lecitamente avere, ma questa sarebbe un’ipotesi ancora più grave. Il Senato dovrebbe agire contro queste sporche e schifose pratiche”.

Santanchè, che ha parlato di una “strumentalizzazione politica” e di una “mistificazione della realtà”, ha anche spiegato come si sia presentata in aula principalmente per difendere il proprio onore e quello di suo figlio. Le sue risposte nel merito, come ha precisato, sono in qualità di imprenditrice: “Per trent’anni dal mio gruppo nessuno mi ha mai accusato di nulla. Mai ho avuto favoritismi, mai li ho cercati – ha rivendicato – Non mi sono mai appropriata di nulla che non mi appartenesse, né mai ho abusato delle mie posizioni apicali delle aziende e sfido chiunque a dimostrare il contrario”. Segue un dibattito in gran parte previsto, con il Pd che ribadisce la richiesta di dimissioni, il M5S che alza i toni e propone una mozione individuale di sfiducia e una dichiarazione “in dissenso dal gruppo” di Carlo Calenda, che si schiera dalla parte dei giustizialisti. Schlein si accoda, anche stavolta. Voterà come Conte. Eccolo, un altro merito di Santanchè, al termine della resa dei conti di ieri: ha tirato quella riga forse dolorosa ma necessaria che demarca la distinzione tra due culture politiche. Da una parte i giustizialisti del Campo largo che hanno ceduto al populismo giudiziario (M5S, Pd, Verdi, Avs, Calenda) e dall’altra i garantisti di sempre e quelli convertiti all’ultimo: a Italia Viva, Forza Italia, Noi Moderati si uniscono Lega e Fratelli d’Italia.

“Ogni valutazione sulla sua esperienza al governo è nelle sue mani e nelle mani della presidente del Consiglio’”, ha dichiarato il senatore del gruppo Azione-Italia viva Enrico Borghi in Senato, al termine dell’audizione della ministra Daniele Santanchè, non chiedendone le dimissioni. Borghi ha ricordato ‘il campionario delle dichiarazioni e delle casistiche’ sulle richieste di dimissioni di ministri, da Guidi a Lamorgese, dell’ex presidente della Regione Lazio Zingaretti e di quella della regione Umbria Catiuscia Marini, del sindaco di Milano Giuseppe Sala. ‘Una presunzione di innocenza a targhe alterne. Dovremmo utilizzare quel metro? Vogliamo sottrarci dal ruolo intercambiabile dal gioco delle parti?’, ha detto Borghi rivolto all’Assemblea del Senato.

Replica Calenda: “Non ho condiviso l’intervento di Borghi nelle sue conclusioni. Credo questo argomento stia loro particolarmente a cuore”. Mariastella Gelmini, vicesegretaria di Azione, si smarca: “Ad oggi, a mio avviso, non ci sono mozioni di sfiducia che tengano. Sono e sarò garantista, anche in questo caso’’.

Aldo Torchiaro

Autore