A Modena, Salim El Koudri ha deliberatamente investito con l’auto diversi pedoni in pieno centro, ferendone gravemente otto, per poi scendere brandendo un coltello. Le autorità e gran parte dei media hanno subito chiuso la questione: non è terrorismo, solo un malato di mente. E qui sta il punto che nessuno vuole affrontare con onestà. Chi compie un atto del genere manifesta chiaramente una grave alterazione del senso di realtà e una profonda distorsione del giudizio morale. Tutti i terroristi sono, in questo senso, malati di mente. Non esiste il terrorista “sano”. Ma non tutti i disturbi sono uguali, esiste una differenza sostanziale tra chi agisce spinto da un delirio puramente individuale e chi incanala il proprio disagio dentro un’ideologia strutturata che gli dà significato, scopo e giustificazione morale alla violenza. Un certo radicalismo antioccidentale e terzomondista, anche nella sua versione woke o palestinista militante, può fornire a menti fragili una narrazione di riscatto e di violenza legittima, trasformando il risentimento personale, il senso di fallimento o il vissuto di vittima in una violenza percepita come moralmente necessaria.

Su questo terreno si innesta perfettamente la matrice jihadista, soprattutto tra alcuni figli di immigrati di seconda generazione. Due patologie diverse (una ideologica e antioccidentale, l’altra religiosa) che si sposano con impressionante naturalezza. Non è un caso che il modus operandi usato a Modena, ovvero un’auto lanciata sulla folla seguita dall’aggressione con coltello, sia esattamente lo stesso impiegato dal terrorismo islamista europeo e in Israele negli ultimi anni. Il danno maggiore lo fa la strumentalizzazione politica, in modo spesso volgare e opportunistico. La destra tende a leggere ogni episodio come conferma della necessità di chiudere le frontiere. La sinistra sembra spesso più preoccupata di non apparire islamofoba che di analizzare il fenomeno con onestà intellettuale, finendo per accarezzare proprio quelle derive antioccidentali che hanno progressivamente svuotato di senso gran parte della sinistra storica. I dati sono inequivocabili. Secondo l’ultimo rapporto Europol (TE-SAT 2025), nel 2024 sono stati registrati 58 attentati terroristici nell’Unione Europea, di cui 24 di matrice jihadista, la categoria più numerosa e in forte aumento rispetto ai 14 dell’anno precedente. Jihadismo che è rimasto anche la forma più letale. Il quadro diventa ancora più netto se si allarga lo sguardo al livello globale. Secondo lo studio di Fondapol, tra il 1979 e aprile 2024 si sono registrati nel mondo 66.872 attacchi terroristici di matrice islamista, che hanno causato almeno 249.941 morti. Ancora più significativo è il dato più recente: secondo il Global Terrorism Index 2026, nel 2025 i quattro gruppi terroristici più letali al mondo (Islamic State e affiliate, JNIM, Tehrik-e-Taliban Pakistan e al-Shabaab) sono di matrice islamista e hanno provocato da soli il 70 per cento di tutte le vittime del terrorismo a livello planetario.

Questo non vuol essere un sillogismo, non significa che ogni musulmano sia un terrorista. Significa però che l’ideologia islamista, incrociata con il nuovo radicalismo antioccidentale e “palestinista”, ha dimostrato un’efficacia di radicalizzazione nettamente superiore ad altre ideologie violente del nostro tempo. Come con la radicalizzazione va affrontata la questione della salute mentale, senza ideologismi. La legge Basaglia del 1978 aveva ragioni umanamente comprensibili: quel sistema spesso trattava le persone come oggetti da rinchiudere piuttosto che come malati da curare. Il problema è che non abbiamo sostituito quel sistema sbagliato con uno che funzioni davvero. Oggi troppi pazienti gravi vengono lasciati a sé stessi, in centri di igiene mentale fragili o affidati a famiglie sole, con la possibilità legale di rifiutare le cure anche quando il disturbo è grave. Il risultato è che molti malati psichiatrici vivono senza controlli, senza terapie continuative, a volte con una patente in tasca e un coltello a portata di mano. Una persona con seri disturbi psichici, che si sente fallita, emarginata o vittima, è esattamente il terreno ideale in cui un’ideologia semplice e radicale come il jihadismo può attecchire. La malattia mentale non cancella l’ideologia, e l’ideologia non cancella la malattia mentale. Le due cose si alimentano a vicenda. Avere il coraggio di guardare entrambe le dimensioni, quella psichiatrica e quella ideologica, non è incitamento all’odio. È l’unico modo per provare a capire davvero il fenomeno e, forse, cominciare a prevenirlo. Combattere da subito una deriva estremista che oggi sfila urlando “dal fiume al mare”, attacca sinagoghe e cittadini con la kippah o investe passanti inermi con l’auto, e contemporaneamente aprire il dibattito su come aiutare le persone con difficoltà psichiatriche e sociali: la politica dovrebbe fare uno sforzo bipartisan, senza calcoli elettorali, se ha a cuore la libertà e la stabilità della democrazia.