Il principe dell’Arabia Saudita Mohammad Bin Salman ha approvato l’operazione per “catturare o uccidere” il giornalista Jamal Khashoggi, collaboratore anche del Washington Post. È quanto emerge da un rapporto dell’intelligence degli Stati Uniti. Il giornalista venne attirato nel consolato saudita a Istanbul il 2 ottobre 2018, ucciso e fatto a pezzi. “Basiamo questa valutazione sul controllo del principe saudita sul processo decisionale nel regno, sul diretto coinvolgimento di un consigliere chiave e di membri della cerchia di Muhammad bin Salman nell’operazione, sul sostegno del principe ereditario all’uso di misure violente per silenziare il dissenso all’estero, incluso Khashoggi”, recita il rapporto secondo Cnn.

È infatti dal 2017, continua a spiegare il dossier, che Mbs (com’è soprannominato il principe) ha il controllo delle organizzazioni di sicurezza e intelligence del Regno Saudita. È quindi “altamente improbabile che funzionari sauditi possano aver effettuato un’operazione di questa natura senza la sua autorizzazione”. Una notizia, quella della pubblicazione del documento atteso per oggi, che ha fatto molto discutere. Anche perché l’intelligence aggiunge dettagli raccapriccianti: a quanto ricostruito il principe ereditario “considerava Khashoggi una minaccia per il Regno e ha ampiamente sostenuto l’uso di misure violente, se necessario, per zittirlo. Nonostante i funzionari sauditi avessero pianificato in anticipo un’operazione non specificata contro Khashoggi, non sappiamo con quanto anticipo essi abbiano deciso di fargli del male”.

Il documento elenca anche i nomi di 21 persone considerate a vario titoli partecipanti, complici o responsabili dell’omicidio del giornalista. La squadra sarebbe stata composta da 15 funzionari vicini alla corte saudita. Una squadra guidata dallo stretto consigliere del principe ereditario, Saud al-Qahtani, “che ha affermato pubblicamente a metà del 2018 di non prendere decisioni senza l’approvazione del principe ereditario”. Altro particolare che porta al principe ereditario è la partecipazione del team di sette membri della squadra d’èlite del RIF che “risponde solo a lui e aveva partecipato direttamente a precedenti operazioni di soppressione dei dissidenti nel Regno e all’estero sotto la direzione del principe ereditario”. Il rapporto stilato l’11 febbraio riporta anche l’ultimo depistaggio: indossare i vestiti e l’Apple Watch della vittima per far credere che Khashoggi avesse lasciato l’ambasciata di Istanbul.

Il portavoce della Casa Bianca Jen Psaki ha dichiarato che gli Stati Uniti ricalibreranno il loro rapporto con il Regno Saudita. Il segretario di stato statunitense, Antony Blinken, ha annunciato l’istituzione del Khashoggi ban, politica che “consente al dipartimento di Stato di imporre restrizioni sui visti a persone che, agendo per conto di un governo straniero, si ritiene siano state direttamente impegnate in gravi attività extraterritoriali contro i dissidenti, comprese quelle che sopprimono, molestano, sorvegliano, minacciano o danneggiare giornalisti, attivisti o altre persone percepite come dissidenti per il loro lavoro, o che si impegnano in tali attività nei confronti delle famiglie o di altri stretti collaboratori di tali persone. Anche i familiari di tali individui possono essere soggetti a restrizioni sui visti ai sensi di questa politica, ove appropriato”.

I primi a essere colpiti dal Khashoggi ban saranno 76 individui considerati coinvolti nella minaccia di dissidenti all’estero. Non è destinatario il principe ereditario bin Salman. Il dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti aveva invece annunciato sanzioni nei confronti di Ahmad Hassan Mohammed al Asiri, ex vice capo dell’intelligence generale dell’Arabia Saudita, e della Forza di intervento rapido.

Vito Califano