UE Decision Maker
Most Favoured Nation, il vero nodo non sono i prezzi ma la competitività europea
La proposta statunitense del Most Favoured Nation (MFN) rischia di essere letta con una lente troppo stretta. Concentrarsi solo sul prezzo dei farmaci significa perdere di vista la questione centrale: la capacità dell’Europa di rimanere un luogo competitivo per ricerca, innovazione e investimenti nelle Life Sciences.
Il provvedimento annunciato dagli Stati Uniti, che punta a collegare il prezzo di alcuni medicinali a quello praticato negli altri Paesi sviluppati, rappresenta un cambiamento importante nel contesto internazionale. Per l’Europa, però, il MFN è soprattutto uno stress test: mette in evidenza fragilità già esistenti e accelera lo spostamento degli investimenti verso ecosistemi più attrattivi come Stati Uniti e Asia.
I numeri parlano chiaro. In meno di 25 anni l’Europa ha perso un quarto della propria quota di investimenti globali in ricerca e sviluppo farmaceutico a favore di Stati Uniti e Cina. Negli ultimi dieci anni la quota europea di studi clinici globali si è dimezzata, lasciando circa 60.000 pazienti senza accesso agli studi di nuova generazione. La spesa pubblica netta per i farmaci innovativi si attesta intorno all’1% del PIL, contro oltre il 2,4% degli Stati Uniti. Solo il 15% dei nuovi farmaci viene lanciato in Europa entro un anno dal primo lancio globale, mentre il tempo medio di accesso alle innovazioni ha raggiunto i 578 giorni e meno della metà dei medicinali approvati con procedura centralizzata arriva concretamente ai pazienti. A ciò si aggiunge un mercato frammentato, con 27 sistemi nazionali di prezzo e rimborso che riducono prevedibilità e capacità di attrarre investimenti.
Per questo il tema non è allineare i prezzi europei a quelli statunitensi. Nessuno propone di rinunciare ai principi di sostenibilità dei sistemi sanitari. Il punto è creare un contesto capace di riconoscere il valore dell’innovazione in modo tempestivo e prevedibile: quando un ecosistema perde attrattività, ricerca, studi clinici e produzione tendono infatti a spostarsi dove le condizioni sono più favorevoli.
L’Europa, però, parte da basi solide: università e centri di ricerca di eccellenza, una manifattura farmaceutica competitiva e competenze scientifiche riconosciute a livello internazionale. Anche l’Italia può contribuire a rafforzare questo ecosistema, favorendo un contesto sempre più attrattivo per ricerca e innovazione. Il dibattito aperto dal MFN può quindi diventare l’occasione per affrontare alcuni nodi strutturali: ridurre i tempi di accesso alle innovazioni, semplificare i percorsi regolatori, rendere più prevedibili i processi decisionali e rafforzare il coordinamento tra gli Stati membri, anche attraverso modelli di rimborso più evoluti e un maggiore utilizzo della real world evidence.
Un esempio concreto è il nuovo Regolamento europeo sull’Health Technology Assessment, che introduce una valutazione clinica condivisa a livello europeo dei nuovi farmaci, lasciando ai singoli Stati le decisioni su prezzo e rimborso. La Germania ha già adeguato le proprie procedure per integrare le Joint Clinical Assessments e, sui primi 17 farmaci entrati nel nuovo percorso, partecipa come Paese valutatore in 8 procedure, circa la metà del totale. Francia e Spagna hanno già assunto un ruolo attivo, mentre anche l’Italia si sta strutturando per integrare il nuovo modello. È la dimostrazione che la capacità di adattarsi rapidamente ai cambiamenti regolatori è oggi un fattore di competitività.
In questo contesto il MFN non è tanto il problema dell’Europa quanto un campanello d’allarme che ci pone di fronte a un bivio: accompagnare questo cambiamento con riforme capaci di rafforzarne competitività e attrattività oppure lasciare che siano altri ecosistemi a guidare la prossima fase dell’innovazione. È una scelta che riguarda non solo l’industria, ma soprattutto la capacità di garantire ai pazienti europei un accesso sempre più rapido alle terapie del futuro e di disegnare un sistema sanitario più sostenibile.
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