A metà marzo dovevo andare a Napoli per una conferenza sul Flauto magico di Mozart. Come ogni anno mi ha invitato il magistrato e scrittore (che stimo molto) Eduardo Savarese, che da par suo svolge un’analisi più musicale delle opere. Ora, nemmeno il flauto magico donato a Tamino dalle tre dame nere è riuscito a scacciare gli ultracorpi, e dunque è saltato l’incontro, e mi ritrovo con una serie di appunti. Nell’opera, scritta da Mozart l’anno della sua morte, insieme al Requiem (1791), una fiaba meravigliosa e non sempre decifrabile (il male diventa bene e il bene diventa male, la Regina della Notte è sia protettiva che vendicativa), di intenti pedagogici ma anche divertente, innumerevoli sono le implicazioni filosofico-morali, ma tema centrale è quello della felicità. Ed è un tema che attraversa tutta l’opera di Mozart, dal Ratto dal serraglio in poi, e l’intero secolo diciottesimo.

Proviamo anzitutto a ripassarlo, come in un Bignami, in alcuni filosofi scozzesi, cronologicamente appena precedenti Mozart (prima metà del 700). Shaftesbury per primo aveva ipotizzato nella natura umana la ricerca di un accordo tra il bene personale e il bene pubblico, tra l’amore di sé e una tensione verso la felicità altrui. Rimproverando Hobbes (homo homini lupus), che secondo lui aveva solo ritratto se stesso! Sulla stessa linea, pur con piccole correzioni, si muovono Hutcheson, Mandeville e finalmente Hume, per il quale nell’essere umano coesistono egoismo e benevolenza (o generosità) limitata. L’approvazione morale da parte degli altri si fonda su un sentimento naturale, benché corretto dall’assunzione di regole e valori della propria cultura di appartenenza.

Potemmo riassumere: per Hume l’uomo non è né buono né cattivo, ma fondamentalmente stupido, cioè incapace di acquisire un egoismo illuminato e differire il piacere, e di capire che una felicità superiore e più piena ha a che fare con il bene comune e la “simpatia”. Dunque, implica la costruzione di sé (Foucault direbbe «la cura di sé») e la formazione di un carattere. Ad esempio, Robespierre, assai meno ottimista dei filosofi scozzesi sulla natura umana, non credeva nella spontaneità dell’altruismo e perciò volle educare il popolo a valori civili attraverso il Terrore. Ma questa è un’altra storia. In realtà tutta la ricerca etologica e neodarwiniana degli ultimi decenni sembra dar ragione all’ottimismo (sia pure moderato) degli scozzesi: la cooperazione e l’altruismo spesso sono più funzionali della sopraffazione, e perfino la lealtà è innata, pur in conflitto con istinti competitivi.

Torniamo al Flauto magico. Mozart non è un filosofo e non ci dà una risposta univoca né una ricetta. Siamo esseri istintivi e razionali al tempo stesso. Alla felicità ci arriva il principe Tamino, attraverso l’impegno e l’autodisciplina, attraverso l’esercizio della ragione e le dure prove iniziatiche cui lo sottopone il “kantiano” Sarastro (tra le quali, quella del silenzio e della rinuncia): attraverso una laboriosa costruzione di sé. Alla fine, si ricongiunge in matrimonio (prima, salda cellula della comunità) a Tamina, di cui si era innamorato solo vedendola in un ritratto, e che sembrava sequestrata da Sarastro e rapita alla madre (ma le cose non stanno proprio così). Tuttavia, alla felicità ci arriva pure il selvatico Papageno, l’uccellatore, senza affrontare prove, senza bisogno di purificarsi o di “costruirsi”, e in modo del tutto inconsapevole, irriflessivo. Diciamo la verità: della ispirazione egizio-massonica dell’opera (Mozart e l’autore del libretto Schikaneder erano diventati massoni da qualche anno), non ci importa nulla, e così del simbolismo più o meno oscuro, dei cerchi solari, della numerologia misticheggiante.

Così come, del resto, non ci importa quasi nulla dell’esoterismo della Divina commedia, forse la cosa meno affascinante e meno misteriosa del poema dantesco: anche la lettura sofisticata di un René Guenon finisce nel kitsch misteriosofico alla Dan Brown! Insomma. Per arrivare alla felicità va bene sia il flauto speciale di Tamino, che impara ad addomesticare il desiderio con una razionale, saggia pazienza, e sia il giocoso carillon dell’animalesco Papageno, incurante della virtù, benché questi non riesca a varcare la soglia del Tempio del Sole e non è ammesso tra gli iniziati (ma gliene ne importa davvero?). Proviamo a fare un salto, un po’ traumatico di un paio di secoli.

Per Pasolini sono “felici” sia i suoi Ragazzi di vita, gli amici del borgataro Accattone – innocenti e feroci, infantili e smaliziati – , Ninetto con la sua adesione naturale e “ottusa” alla vita, senza alcuna pretesa di “conoscerla”, e sia gli scrittori, i poeti, e anche gli intellettuali (nell’accezione più ricca di questo termine), che invece per arrivare alla vita – e a una possibile felicità – hanno bisogno di compiere un periplo, di dare forma a qualcosa e di superare una prova, hanno bisogno della conoscenza (quella che si sprigiona da un’opera d’arte o da un’opera letteraria). Mozart ricomprende in sé sia Tamino che Papageno.