Una multa record per Poste Italiane. Sono ben 5 milioni di euro – il massimo consentito dalla legge – quelli comminati come sanzione per le raccomandate non consegnate o non nei termini di legge. È con questa motivazione che l’Antitrust ha agito su Poste Italiane, imputando alla società guidata da Matteo Del Fante di aver “adottato una pratica commerciale scorretta in violazione del Codice del Consumo”, consistente nella “promozione – risultata ingannevole – di caratteristiche del servizio di recapito delle raccomandate e del servizio di Ritiro Digitale delle raccomandate”.

Le motivazioni non si accontentano di censurare un comportamento che causa “un inammissibile onere a carico dei consumatori costretti a lunghe perdite di tempo e di denaro per ritirare le raccomandate non diligentemente consegnate”, ma si spingono fino ad addossare alle Poste la responsabilità di “gravi danni al sistema giustizia del Paese”: gli atti consegnati in ritardo avrebbero ingenerato addirittura prescrizioni di procedimenti penali. Immediata la replica di Poste, che giudica “inaccettabile” quanto riferito dall’Authority e “sconcertante” l’intemerata sulla giustizia, ribadendo che «le proprie condotte commerciali sono improntate a principi di correttezza e trasparenza per la piena tutela dei clienti, dei consumatori e del sistema Paese».

Nel dettaglio l’Authority contesta che il recapito delle raccomandate «non viene sempre esperito con la tempistica e la certezza enfatizzate nei messaggi pubblicitari». Poste Italiane «talvolta utilizza per comodità il deposito dell’avviso di giacenza della raccomandata nella cassetta postale anche quando sarebbe stato possibile consegnarla nelle mani del destinatario», continua l’Antitrust, sottolineando che vi sono al riguardo “numerosissimi” reclami dei consumatori che segnalano «il mancato tentativo di consegna delle raccomandate, anche quando avevano la certezza di essere stati presenti nella propria abitazione». Ed ecco che il pennino dell’Antitrust si intinge nell’inchiostro delle Procure. La macchina della giustizia italiana, notoriamente ingolfata dalla gestione interna che tutti conoscono, sarebbe vittima di «ritardi dovuti ad errate notifiche nell’espletamento dei processi, soprattutto quelli penali, con conseguente prescrizione di numerosi reati».

Un’escalation accusatoria che porta a conseguenze ultimative: data «l’estrema gravità e frequenza della pratica ed i notevolissimi danni arrecati ai consumatori», l’Autorità ha deciso di erogare la sanzione massima. Cinque milioni, perché di più non potevano chiedere. Il caso Poste-Antitrust tocca punti sensibili: è discutibile la valutazione dell’Authority che giudica la maxi multa non deterrente in relazione al fatturato di Poste nel 2019, pari a 3,492 miliardi di euro, prendendo in considerazione il fatturato e non gli utili, e facendo prevalere la ratio per cui una azienda sana può essere colpita più duramente, perché – banalmente – può permettersi di pagare senza poi versare in grave crisi. Quasi che la salute aziendale fosse un’aggravante.

Poste Italiane «respinge gli addebiti contenuti nel documento» dell’Antitrust e ribadisce che «è priva di qualsiasi fondamento l’ipotesi secondo la quale l’azienda avrebbe posto in essere azioni che ingannino i clienti in merito alle caratteristiche del prodotto raccomandata». Quanto alle raccomandate, Poste Italiane ricorda che nel 2019 «sono state consegnati oltre 120 milioni di pezzi, ricevendo, nel medesimo periodo, meno di 1.000 reclami relativi agli avvisi di giacenza, pari allo 0,00008% del totale delle raccomandate regolarmente gestite». Una dimensione del fenomeno «del tutto fisiologica rispetto ai volumi complessivi del servizio erogato», sottolinea Poste. La società farà ricorso al Tar del Lazio.