La sorella Natascia e il garante dei detenuti di Torino fanno un paragone che agli italiani ricorda uno dei casi di ‘cronaca’ più clamorosi degli ultimi anni: “Antonio sembrava Stefano Cucchi”.

Antonio Raddi, 28 anni, è morto dopo un ricovero d’urgenza all’ospedale Maria Vittoria di Torino nel dicembre del 2019: un viaggio della disperazione di fatto, col ragazzo deceduto per sepsi 17 giorni dopo essere entrato in coma.

Condizioni che da mesi si stavano aggravando mentre era recluso nel carcere delle Vallette del capoluogo piemontese: ex tossicodipendente con una patologia neurologica dall’infanzia, Antonio era stato condannato per rapine, maltrattamenti ed evasione. Il 28enne entra nel carcere il 28 aprile 2019 con il peso di 80 chili: a novembre la bilancia segna 50 chili, fino al decesso a dicembre.

Sulla vicenda di Antonio sia la famiglia che il Garante dei detenuti Monica Gallo aveva chiesto una indagine: la procura torinese ha aperto un fascicolo con quattro indagati per i quali poi ha chiesto l’archiviazione, ma la famiglia Raddi tramite gli avvocati Gianluca Vitale e Massimo Pastore ha fatto obiezione e ha chiesto di riaprire le indagini.

La sorella Natascia si sfoga e con Repubblica parla della situazione del fratello: “A settembre mi ha iniziato a scrivermi lettere in cui diceva di stare male, fisicamente e moralmente. Lettere così non me ne aveva mai mandate. Di solito quando mi scriveva dal carcere diceva che non vedeva l’ora di uscire, di salutare mio marito e i miei figli… Adesso invece chiedeva aiuto: era entrato in carcere ad aprile che pesava 80 chili, quando è morto ne pesava 49….

Natascia paragona quella di Antonio alla vicenda di Stefano Cucchi, anche se “le loro storie sono molto diverse”. “Chi sta in carcere ha sbagliato ed è giusto che sconti la sua pena: nessuno dice che deve uscire, ma non deve perdere il diritto di essere curato“, denuncia.

Ad agosto Antonio inizia a non mangiare più e a deperire, i genitori e il Garante sono preoccupati ma dal carcere non ne vogliono sapere, denuncia la sorella: “Dicevano che il fatto di non mangiare era strumentale, che lo faceva per ottenere dei benefici e che la situazione era sotto controllo. Invece era proprio lui che non riusciva a ingoiare più niente perché stava male. L’ultima volta che i miei lo hanno visto era sulla sedia a rotelle perché non si reggeva più in piedi”.

Ma in carcere la cartella clinica di Antonio era di poche righe, rivela la sorella Natascia: “Persino un agente della penitenziaria un giorno, facendo un rapporto, aveva scritto di lui che non stava bene e che doveva essere monitorato. Ma nessuno lo ha fatto”.

Lo shock è arrivato quando Natascia lo incontra in ospedale, ormai in coma: “Ho sollevato il lenzuolo e ho visto le costole che spuntavano, la pelle sembrava coperta da ematomi, il volto scavato… Sembrava Stefano Cucchi”.

Secondo la procura nella gestione della salute di Antonio anche il suo atteggiamento poco collaborativo avrebbe avuto effetti: il 28enne, pur collaborativo del detenuto aveva avuto un ruolo nella gestione della sua salute dal momento che, pur desiderando le cure, non aveva accettato il ricovero nel repartino delle Molinette. Tesi questa che la sorella smentisce parzialmente: “Era stato lui a chiedere di essere dimesso, questo è vero, però lo aveva chiesto perché lì diceva di stare peggio che in carcere: doveva stare legato al letto, senza neanche un’ora d’aria, senza potersi fumare una sigaretta, in mezzo ai malati psichiatrici. Ma non vuol dire che non volesse essere curato”.

Obiettivo della famiglia Raddi è quello di riaprire l’inchiesta perché, spiega Natascia, “chi è detenuto non deve perdere il diritto a essere curato e assistito. Non si possono far morire le persone in carcere”.

Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia