Il Riformista ha cercato esponenti della sinistra, in tutte le sue articolazioni politiche e partitiche, per discutere con loro le rivelazioni choc sul processo Mediaset a Silvio Berlusconi portate alla luce da questo giornale. La risposta? Un silenzio assordante. Evidentemente, la magistratura incute ancora timori. Ma c’è una eccezione. Una lezione di coraggio di chi in tutta la sua lunga e gloriosa vita politica non ha mai avuto paura di esporsi: Emanuele Macaluso. «Su questo processo a Berlusconi ci sono tante cose da chiarire, su come è stato condotto e sulla sentenza emessa. Ma la condizione fondamentale per provare a fare chiarezza è di liberarsi dal berlusconismo e dall’antiberlusconismo», dice a Il Riformista. Novantasei primavere di lucidità e coraggio. Emanuele Macaluso, grande vecchio della sinistra, mantiene intatte energia, lucidità, passione che l’hanno guidato in tutta la sua lunghissima esperienza politica. Una esperienza che ha attraversa il secolo scorso e si proietta, con articoli e riflessioni che lasciano ancora oggi il segno, ai giorni nostri: la Sicilia dei braccianti, (fu lui a parlare a Portella della Ginestra il Primo Maggio del 1948, l’anno dopo la strage mafiosa, e l’anno scorso, a 95 anni è voluto tornare a parlare nel luogo dove la banda di Salvatore Giuliano sparò contro la folla uccidendo 11 persone), Togliatti che lo chiamò a Roma, la Guerra Fredda, la direzione dell’Unità ai tempi di Enrico Berlinguer, una vita assieme a Giorgio Napolitano nella corrente migliorista.

Le rivelazioni di questo giornale sul processo-choc a Silvio Berlusconi, il processo Mediaset, hanno scatenato polemiche e imbarazzati silenzi. Che idea si è fatto in merito?
Io penso che sono tante, pressoché tutte, le cose da chiarire, partendo dal fatto che uno dei protagonisti della conversazione registrata con Berlusconi, il giudice Amedeo Franco, è morto. E non può essere testimone una persona che non può essere sottoposta a contraddittorio. Detto questo, su tutta questa vicenda, sia sulla conduzione del processo che sulla sentenza, c’è molto da chiarire. E chiarezza va fatta. Ma per provaci davvero, c’è una condizione fondamentale…

Quale?
Liberarsi dal deleterio condizionamento del berlusconismo e dell’antiberlusconismo. Occorre uscire dalla propaganda e da posizioni precostituite che sono da ostacolo ad una seria ricerca della verità, politica e processuale.

Le rivelazioni sul processo a Berlusconi, e ancor prima il Palamara-gate. La magistratura è il dominus assoluto della vita pubblica?
Non credo che sia questo il problema, cioè quello di una magistratura invadente. Penso, invece, che alla base vi sia l’estrema debolezza della politica. E quando la politica è debole, è chiaro che finiscono per prevalere altri poteri. Non è che c’è una prevaricazione della magistratura, ma quello che si manifesta, e non da oggi, è la debolezza della politica nel rapporto con la magistratura. Come non bastasse, abbiamo un ministro di Giustizia che è il vuoto assoluto, completamente privo di autorevolezza.

Il giustizialismo può avere legittimazione a sinistra?
La sinistra ha avuto una componente giustizialista, come una componente liberale e garantista. Non è uno scandalo né una rivelazione, ma il punto, mi permetto di insistere, è un altro. Molti pensano che ci sia una forte prevaricazione della magistratura, ma è la politica che non ha autorità e dunque non ha ascendenza sulle masse. Il magistrato ha tanto più ascendenza quanto più il politico appare, come in realtà è, debole.

Una delle questioni che ciclicamente tornano a riproporsi, è quella della separazione delle carriere. Antica quaestio, che appare irrisolvibile, oltre a non essere stata risolta.
Io sono stato sempre per la separazione delle carriere. Su questo tema, Ragioni del socialismo, la rivista che continuo a dirigere, ha dedicato spazio e sviluppato un dibattito prezioso. La separazione delle carriere non è una mortificazione per la magistratura e i magistrati. Tutt’altro. Credo sia un modo per valorizzare da un lato il ruolo dei giudici, e dall’altro quello dei pubblici ministeri. Se c’è confusione tra le due carriere, io credo che sia un errore. L’attività accusatoria è una cosa, quella giudicante un’altra. L’accusatore non può diventare giudice.

Da cosa dipende, a suo avviso, la reticenza che alberga a sinistra quando si devono prendere di petto i problemi della giustizia?
Non sono mai stato iscritto al partito dei “reticenti”. Di una cosa sono convinto: una sinistra che non s’interessa fortemente dei problemi della giustizia, non è sinistra. I problemi della giustizia sono condizionanti in maniera determinante della democrazia.