Il modo con cui la violenza maschile è stata affrontata finora, sia pure con tempi e storie diverse da Paese a Paese, ha visto la centralità delle figure della vittima e dell’aggressore, e interventi sempre più integrati, globali, delle istituzioni pubbliche e private e delle organizzazioni sociali, finalizzati alla tutela delle donne, alla giusta pena per i colpevoli, ma anche al sostegno e al recupero psicologico degli uomini violenti. Nel migliore dei casi l’azione legislativa e giudiziaria è stata accompagnata da interventi di tipo formativo, da programmi educativi nelle scuole, da campagne pubblicitarie, da politiche contro le discriminazioni e contro gli stereotipi di genere.

È stato sicuramente un grande passo avanti riconoscere che la violenza maschile contro le donne non può essere letta solo in chiave di criminalità o di patologia del singolo, che va collocata all’interno della cultura che abbiamo ereditato, segnata dal dominio di un sesso sull’altro. Resta la resistenza, soprattutto da parte degli uomini a riconoscersi come “genere”, a dire che la violenza di alcuni “li riguarda tutti”, in quanto inscritta nella “normalità”, e ad analizzarla perciò anche negli aspetti meno visibili e più sfuggenti. Sono molte le donne che non denunciano, molti che non la considerano un reato, vittime che tornano a vivere con chi ha tentato di ucciderle. Per un intervento efficace di prevenzione è importante perciò non isolare la violenza nelle sue forme manifeste – stupri, maltrattamenti, omicidi – dalla cultura da cui nasce, presente con tutta la sua ambiguità nelle istituzioni e nel modo comune di sentire e pensare di uomini e donne. Ci sono due domande che vengono immediate:
– come mai una violenza che è presente da secoli nel rapporto tra uomo e donna è diventata solo da pochi anni – si può dire da quando sono stati diffusi i primi Rapporti con dati allarmanti sulle cause di morte delle donne – una “emergenza”?
– come mai le donne stesse che la subiscono quotidianamente esitano a portarla allo scoperto, a sporgere denuncia? È solo per paura o perché è ancora difficile riconoscerla, distinguerla dall’amore?

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Per quanto si sia tentato in varie occasioni di spostare la figura dell’aggressore sullo sconosciuto, sullo straniero, sulle culture arretrate, la cronaca quotidiana e i dati statistici dicono che a violentare, uccidere, perseguitare, sono mariti, figli, fratelli, amanti, uomini legati affettivamente, famigliarmente alle vittime. Ciò significa che siamo di fronte a una violenza del tutto particolare, che ha parentele insospettabili e perverse con l’amore. Non si uccide per amore, ma l’amore c’entra. Il dominio maschile, che oggi è stato riportato alla storia dopo aver subito per secoli una sorta di “naturalizzazione”, non ha significato solo l’esclusione della donne dalla polis, ma il controllo e lo sfruttamento dei loro corpi, con potere di vita e di morte, l’identificazione della donna con la natura e quindi la sua cancellazione come individuo. Soprattutto si è trattato di un dominio che si è confuso con le relazioni più intime, come la sessualità e la maternità. Prima che un padre e un marito autoritario e violento, l’uomo è un tenero figlio. Si può pensare che sia questa commistione di amore e odio – inquietante perché si colloca là dove meno ce l’aspettiamo, cioè nella famiglia, nella coppia- che impedisce di assumere il fenomeno per la gravità e l’estensione che ha: non un caso privato, riconducibile alla patologia del singolo, ma un problema sociale e culturale che interroga il secolare potere di un sesso sull’altro nei suoi aspetti più contraddittori.

L’ambiguità è evidente: l’uomo si accanisce sul corpo che l’ha generato, che gli ha dato le prime cure, le prime sollecitazioni sessuali, un corpo che ritrova nella vita amorosa adulta e con cui sogna di rivivere l’originaria appartenenza intima a un altro essere, l’unità a due della nascita. Ma è anche il corpo che lo ha tenuto in sua balìa nel momento della maggiore dipendenza e inermità, un corpo che poteva dargli la vita o la morte, accudimento o abbandono. Confinando la donna nel ruolo di madre, l’uomo ha costretto anche se stesso a restare bambino, a portare una maschera di virilità sempre minacciata. La coppia trova la sua stabilità – dice Freud – «quando la moglie ha fatto del marito il proprio figlio», cioè quando si instaura in qualche modo la situazione originaria. Separandosi, la donna non colpirebbe solo un privilegio e un potere che l’uomo considera “dovuto” e che la società, esplicitamente o silenziosamente, permette, ma la fonte prima dell’amore di sé, dell’ autoconservazione. Il fatto che chi uccide spesso riservi a sé la stessa sorte, sembra esserne la conferma.

Si può dire che la famiglia è il luogo che istituzionalizza l’infanzia, che prolunga l’amore nella sua forma originaria estendendola alle relazioni adulte, creando vincoli di indispensabilità reciproca destinati a diventare una minaccia per l’autonomia del singolo. Si può uccidere una donna perché troppo inglobante oppure perché si sottrae alla presa. Se l’uomo fosse solo il dominatore, il vincitore sicuro di sé, non avrebbe bisogno di umiliare e uccidere. Dobbiamo riconoscere che dietro il dominio del padre c’è la nostalgia del figlio. Forse è questa tenerezza che le donne continuano a spiare dietro la violenza dell’uomo.

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Verrebbe da dire che, per capire la violenza che passa nella relazione tra i sessi, bisogna interrogare a fondo l’amore, tenendo conto che le figure tradizionali di genere, nella loro complementarietà, strutturano al medesimo tempo gerarchie di potere e illusioni di perfezione amorosa: il sogno d’amore. La possessività parla una lingua diversa nella bocca dell’uomo-padrone e dell’innamorato.
Dal versante femminile, il potere che viene dal rendersi necessaria all’altro, si può pensare che sia il più forte contrappeso alla mancata realizzazione come individuo, come cittadina a tutti gli effetti. Il dominio maschile non è mai venuto meno, ma da un secolo a questa parte sono avvenuti grandi cambiamenti. È lì, nella sfera domestica, che le donne hanno mostrato di non voler più essere un corpo a disposizione degli altri. Forse oggi è proprio la certezza di poter avere la donna tutta per sé che, venendo meno, lascia allo scoperto una fragilità e una dipendenza maschile facili a trasformarsi in aggressione. Non è un caso che maltrattamenti e omicidi avvengano quando una donna decide di separarsi. Bisogna aggiungere che non ci sono più a sostenere la “virilità” maschile quei “corpi sociali” che lo rassicuravano del suo potere e della sua “differenza” dall’altro sesso.

Finché sono state le donne ad assumersi la cura di bambini, anziani, malati, a rendere buona la vita a mariti, padri, fratelli in perfetta salute, gli uomini hanno potuto pensarsi liberi da vincoli biologici e da tutto ciò che comporta “essere un corpo”, con le sue fragilità, le sue dipendenze, i suoi bisogni. Per un certo verso un privilegio, per l’altro la mutilazione di aspetti essenziali dell’umano, come la fatica e la gioia di prendersi cura della crescita di un bambino. Se la comunità maschile che governa il mondo continua a dare la morte con tanta facilità, forse è proprio perché è mancata questa famigliarità coi corpi e con la vita nella sua interezza. Con molto ritardo rispetto agli altri paesi dell’Occidente, si è cominciato da alcuni anni anche in Italia a creare gruppi, programmi, iniziativa di ascolto e sostegno psicologico agli uomini violenti, e non solo come sostitutivo di un obbligo carcerario. Mi sembra però importante il fatto che siano stati gli stessi appartenenti all’associazione Maschile Plurale a mettere in evidenza i rischi di una medicalizzazione della violenza, tanto più preoccupante quando viene applicata nella scuola ad alunni irrequieti, distratti o aggressivi con le compagne di classe. Sapere che stanno cambiando i desideri degli uomini, che nascono altri modi di vivere la maschilità, che è possibile un lavoro comune con le donne impegnate da anni nell’analisi del sessismo, è importante. Ma lo è altrettanto fare in modo che le relazioni nuove che si vengono a creare non restino nel privato. Per quella che è stata la loro collocazione storica, gli uomini possono dare oggi un contributo essenziale all’analisi del “paradosso del potere maschile” – come lo chiama Michael Kaufman -, un potere che gode di privilegi ma che è anche «fonte di enorme paura, isolamento e dolore per gli uomini stessi», che esercita il controllo ma che è costretto a una vigilanza continua. Senza dimenticare che la violenza maschile contro le donne non avviene isolatamente, legata a quella contro altri uomini e contro se stessi, forme diverse di quella corazza di virilità che l’ideologia patriarcale ha posto da secoli sulle spalle del sesso vincente.