Il terrorismo scuote il circo olimpico
Olimpiadi in Francia con il brivido dietro la schiena: c’è il rischio attentati ma la politica che litiga
Macron sospende le attività sulla soluzione della crisi politica per il rischio attentati: deve gestire una colossale operazione d’immagine. I socialisti: “Abuso di potere”. Ma lo stallo è colpa dei partiti, non dell’Eliseo

Rue Oudinot è una piccola strada nel VII arrondissement di Parigi, bellissimo quartiere. Qui nacque il barone Pierre de Coubertin, il nobile parigino che è entrato nella Storia per aver dato vita all’idea delle Olimpiadi moderne: non lontano da quella stradina, lungo la maestosa e ripulita Senna, si è svolta ieri la colossale cerimonia di apertura della 33esima edizione dei Giochi olimpici, un’edizione-monstre con 205 rappresentative nazionali e 11475 atleti in gara, da oggi fino all’11 agosto. Parigi al centro del mondo: non è la prima volta ma è la più clamorosa.
Perché sono le Olimpiadi più tese di sempre. Tra due guerre in corso di cui una in Europa, con la situazione incandescente in Medio Oriente. Due conflitti che incrociano, e nutrono, terrorismi di vari tipo. Uno scenario pauroso. Parigi d’altronde ne sa qualche cosa, il Bataclan e Charlie Hebdo sono dell’altro ieri. Mentre il mostruoso circo olimpico si innalzava su sé stesso la tensione già era a mille che subito, ieri mattina, il fantasma del terrorismo si è aggirato per il Paese: la rete ferroviaria ha subìto un «massiccio attacco di grandezza tale da paralizzare» la sua rete dell’Alta velocità.
Chi è stato? Secondo alcune fonti la pista dei militanti dell’ultrasinistra o del movimento ambientalista radicale sarebbe la più attenzionata: il «modus operandi» sarebbe quello utilizzato in genere da questi gruppi, attacchi simultanei (tre) in diversi punti della Francia. Ma chi può escludere altre piste? D’altronde il primo ministro dimissionario e in carica per gli affari correnti (ma sono affari correnti, questi?) Gabriel Attal era stato chiaro: «Siamo un obiettivo». Ora, nonostante le misure di prevenzione siano ai massimi livelli, c’è ormai la consapevolezza che non esiste un “rischio zero”. Negli scenari più pessimisti, l’intelligence ha previsto blackout di ospedali, metropolitana, persino di snodi cruciali del governo come la Prefettura. Parigi non è blindata: di più. È come se non esistesse. Ci sono solo i Giochi, le forze di sicurezza, gli atleti, gli ospiti (in questi giorni anche il nostro presidente Sergio Mattarella).
L’impasto di gioia per lo spettacolo delle gare sportive e di clima guerresco per timore di attacchi di nemici oscuri è qualcosa di mai visto perlomeno in queste dimensioni, così come le mille luci di Parigi ieri cozzavano con il cielo nero e i marciapiedi bagnati di pioggia. Il nemico può essere ovunque. Dietro l’angolo armato di coltello come a migliaia di chilometri con un telecomando per fare saltare un palazzo. In questo clima oggettivamente parossistico un attacco alla rete ferroviaria, oltre a gettare migliaia di persone in una vera odissea, ha fatto scattare i peggiori incubi. In barba alle sottigliezze giuridiche il governo dimissionario Attal ha predisposto piani di polizia giganteschi. Lo Stato non va in vacanza. È alla sua prova più difficile.
E non si può rimproverare Emmanuel Macron di aver sospeso, almeno ufficialmente, le attività per la soluzione della crisi politica francese durante le Olimpiadi più problematiche della storia per i temuti attentati. Il Presidente francese deve gestire una colossale operazione d’immagine, c’è poco spazio per altro, anche se ovviamente dietro le quinte non gli sfuggono i movimenti che ci sono. Per questo il ricorso del leader del partito socialista Olivier Faure al Consiglio di Stato nientemeno per “abuso di potere” da parte di Macron forse suona bene come mossa propagandistica ma è appunto solo questo. Macron non sta sequestrando un bel nulla. La verità è che politicamente la situazione è ancora bloccata e questo non per colpa dell’inquilino dell’Eliseo ma dei partiti politici. Egli aspetta che gli venga sottoposta una proposta sul nome del primo ministro ma anche evidentemente su una credibile ipotesi di un’alleanza politica, che lo sostenga.
Finora si sono bruciati diversi nomi tutti del Nouveau Front Populaire da parte dello stesso Nouveau Front Populaire, che dunque è già bello che andato in pezzi, come chiunque persona ragionevole prevedeva, subito dopo aver contribuito, e molto, a bloccare il Rassemblement National di Marine Le Pen che comunque, lo ha ricordato Macron in tv, è il partito più votato. Se non dimentichiamo nessuno, finora sono stati bruciati sei o sette nomi, tra cui quello di Jean Luc Mélenchon, che si era autoproclamato vincitore delle elezioni nelle sue esagitate esternazioni dopo il voto del 7 luglio, quello dell’ex presidente della Repubblica François Hollande e quello dello stesso Faure. Veti e controveti tra France Insoumise e socialisti. Ma qualche giorno fa è venuta fuori una proposta unitaria sul nome di Lucie Castets, direttrice delle finanze al comune di Parigi e oppositrice alla riforma delle pensioni di Macron: una “tecnica”, alla faccia del primato della politica tanto rivendicato dall’estrema sinistra.
Adesso il pallino è stato preso dai socialisti, che su una linea generale più riformista rispetto alla tradizionale linea jospinian-hollandiana, hanno ripreso un ruolo importante, e sta dunque a loro – l’ala ragionevole del Nfp – verificare con i partiti coalizzabili (macroniani, ecologisti, gollisti con una non ostilità di France Insoumise) se sia possibile raggiungere una prima intesa sul nome della indipendente Castets. Intanto Parigi si diverte, ma con i brividi dietro la schiena, sperando che nei prossimi venti giorni si parli solo di record e di medaglie.
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