Il grande giorno è finalmente arrivato. Dopo i (quasi) tre mesi di transizione più incredibili che la storia americana ricordi, il neoeletto Joe Biden ha prestato ieri giuramento da 46° presidente degli Stati Uniti. Cresce dunque la curiosità sul profilo del nuovo inquilino della Casa Bianca. Tra i tanti elementi interessanti, spicca il fatto che Biden è il secondo presidente cattolico della storia americana. Prima di lui solo l’iconico John Fitzgerald Kennedy, negli ormai lontani anni 60.
La fede religiosa del presidente entrante appare già in tutta evidenza nel discorso della vittoria del 7 novembre, quando i risultati gli danno la maggioranza certa dei voti elettorali. In quell’occasione Biden si presenta, con un linguaggio quasi religioso, come il presidente “che non cerca di dividere, ma di unificare” e che promette di “ripristinare l’anima dell’America”. Poi aggiunge: «La Bibbia ci dice che per ogni cosa c’è una stagione: un tempo per costruire, uno per raccogliere, uno per seminare. E un tempo per guarire. Questo è il momento di guarire in America». Ricordando il figlio Beau, morto di cancro, cita perfino un inno religioso – “Sulle ali dell’aquila”, cantato anche nelle chiese italiane – perché “significa molto per me e per la mia famiglia”. Nel discorso del 22 dicembre, prima delle feste natalizie, prende in prestito le parole del gesuita Alfred Delp, militante della resistenza contro il nazismo, per avvertire che “l’Avvento è un momento di entusiasmo” e per ricordare che “bisogna essere scossi fin nel profondo per essere pronti a una stagione di speranza”. Proprio quel che accade oggi nell’America lacerata dall’estremismo di Donald Trump.
Nella cerimonia inaugurale di ieri, l’invocazione all’inizio del servizio del neopresidente è stata offerta da padre Leo O’Donovan, un altro gesuita (amico di antica data della famiglia Biden), presidente della Georgetown University dal 1989 al 2001 e, dal 2016, direttore della missione presso il Jesuit Refugee Service Usa, posizione dalla quale ha criticato aspramente le politiche di immigrazione del presidente uscente. Tutte le scelte – e i discorsi pubblici – di Biden vanno nella medesima direzione: “unire, ricostruire, guarire” l’America, dopo quattro anni di populismo divisivo. Una posizione apprezzata anche dai vescovi statunitensi, nonostante le divisioni del recente passato e l’ostilità di una parte della Chiesa degli Usa contro papa Francesco. L’8 novembre scorso, José H. Gomez arcivescovo di Los Angeles e presidente della Conferenza dei vescovi cattolici degli Stati Uniti, accoglie la vittoria di Biden con queste parole: «Credo che in questo momento della storia americana, i cattolici abbiano il dovere speciale di essere operatori di pace, di promuovere la fraternità e la fiducia reciproca e di pregare per un rinnovato spirito di vero patriottismo nel nostro paese». Gomez conclude il benvenuto a Biden con l’impegno a «lavorare insieme per realizzare la bella visione dei missionari e fondatori dell’America: una nazione sotto Dio, dove la santità di ogni vita umana è difesa e la libertà di coscienza e religione sono garantite».
Ecco qui le basi della democrazia americana: una società pluralista fondata sulla libertà religiosa, una nazione nata dalla compresenza di tante diversità e minoranze, ciascuna delle quali concorre all’unità e al bene comune della nazione. È quello che John Courtney Murray, teologo morale gesuita, definì, negli anni 60 del secolo scorso, “il principio americano”. Proprio Murray – che è stato anche assistente spirituale di Pax Romana, il movimento internazionale degli intellettuali cattolici che quest’anno celebra il centenario – fu, in quegli anni, tra i protagonisti principali di una straordinaria e irripetibile stagione di sviluppo dei diritti umani a livello globale e di trasformazione della Chiesa cattolica culminata nel Concilio Vaticano II. Il Concilio durò circa quattro anni – dall’ottobre del 1962 al dicembre del 1965 – anticipato di poco dalla presidenza di John Fitzgerald Kennedy, eletto nel 1961. In quegli anni Joe Biden era appena ventenne – si laureò in scienze politiche nel 1965 all’università di Newark – e certamente il clima culturale di quegli anni ha nutrito la sua formazione di giovane cattolico liberale e democratico, ispirando poi il suo impegno politico.
Ispirato da queste importanti e impreviste connessioni, Stefano Ceccanti, docente di Diritto costituzionale comparato alla Sapienza e deputato del Partito Democratico, ha promosso e curato, per i tipi della Morcelliana, la ripubblicazione di un volume fondamentale del teologo Murray: Noi crediamo in queste verità. Riflessioni cattoliche sul “principio americano”.
Nel 1960, accompagnando l’ascesa alla presidenza del primo cattolico, John Kennedy, sospetto in vasti settori dell’opinione pubblica protestante perché la Chiesa cattolica sembrava limitarne l’autonomia, il padre gesuita pubblicò We Hold These Truths – Catholic Reflections on the American Proposition, la raccolta dei propri scritti. La sua tesi era feconda: a partire dal diritto costituzionale americano, proponeva di assumere pienamente la libertà religiosa come principio da valorizzare e non come male da tollerare. Lo stesso Kennedy si ispirò a Murray in un celebre discorso a Houston che ebbe grande risonanza politica ed ecclesiale. La prima apparizione italiana del testo (edito da Morcelliana nel 1965) accompagnò i lavori del Concilio Vaticano II, esercitando un’influenza decisiva sulla Dichiarazione conciliare Dignitatis Humanae, anche grazie ai rapporti di lunga data dell’autore con Paolo VI. E impresse alla Chiesa una direzione esplicita nel senso del dialogo con la modernità e di una apertura sincera alla democrazia e ai diritti umani. Si potrebbe pertanto azzardare una sorta di equazione religiosa, culturale e politica: John F. Kennedy sta a Paolo VI – entrambi ispirati da Murray – come Joe Biden sta a Francesco I.
Il tema del pluralismo, d’altra parte, è un classico della democrazia americana. Nella sua Démocratie en Amérique Alexis de Tocqueville descrive bene la natura pluralistica della società americana, fondata sul radicale capovolgimento dei canoni allora tradizionali in Europa (e ancor oggi vigenti). Una democrazia che non deriva dall’imperio dell’autorità centrale ma è il frutto di una molteplicità di associazioni, giornali, confessioni religiose. Queste ultime, poi, riescono a convivere proprio sulla base della libertà religiosa, ovvero sul principio delle libere Chiese in un libero governo. Osserva Tocqueville: «Dovunque, dove alla testa di una nuova iniziativa trovate, in Francia, il governo, e in Inghilterra un gran signore, state sicuri di vedere negli Stati Uniti un’associazione». Nulla a che fare, insomma, con il pensiero giacobino che permea la storia europea, con la sua separazione traumatica tra Stato e Chiesa.
Temi che ritornano nella raffinata riflessione teologica di Murray. «Il pluralismo – scrive nel volume il padre gesuita – si presentava come la condizione naturale su cui nacque la società americana, e non fu, come in Europa e in Inghilterra, il risultato della frattura e del decadimento di precedenti situazioni di unità religiosa».
La chiave di volta di questa riflessione risiede nel Primo Emendamento della costituzione americana. Lì sono iscritte quelle che Murray definisce “clausole di pace”: la prima proibisce ai governi federali e statali di istituire una religione ufficiale; la seconda riconosce la libera professione di ciascun punto di vista religioso. «Il cattolico americano – spiega Murray – afferma che il suo impegnarsi con le clausole religiose della Costituzione è in sostanza un atto di fiducia morale, in quanto esse sono articoli di pace in una società pluralista». Qualcosa di molto diverso dall’immagine di Donald Trump che si fa fotografare a Washington di fronte al portale della Chiesa dedicata a Giovanni Paolo II, mentre brandisce la bibbia come un’arma, allo scopo di minacciare la repressione dei manifestanti per i diritti degli afroamericani dopo l’omicidio di George Floyd. Il saggio introduttivo di Ceccanti lo spiega in modo rigoroso e brillante: con il cambio di presidenza, gli scritti di padre Murray possono ispirare e sostenere il superamento della polarizzazione e delle lacerazioni del recente passato. Per il cattolico Biden, la ricerca della pace è la base per il nuovo inizio della democrazia americana.