Lo scaffale
Padre, figlia e Machiavelli: il saggio sul grande pensatore
Prima di parlare di Niccolò Machiavelli, va messa in evidenza l’originalità di questo saggio di Corrado e Natalia Augias edito da Einaudi (“L’uomo che inventò la politica – Indagine su Machiavelli“), originalità che sta nella forma dialogica, che fa pensare a Platone, tra un grande intellettuale e la figlia, valente corrispondente da Londra per la Rai. Questa scelta originale è sviluppata con grandi intelligenza e misura, in modo tale da evitare la trappola del discorso tra un anziano saggio e la giovane sua discendente con tutto il carico di retorica che la cosa avrebbe potuto implicare. E invece, Corrado e Natalia si mostrano entrambi saggi e giovani, per così dire, perfettamente alla pari nella comune ansia di andare al fondo delle questioni. Certo, Natalia appare più passionale e impaziente, politicamente più insofferente, e Corrado più compassato e riflessivo, da uomo che nella sua lunga vita ne ha viste davvero tante, senza che nessuno prevarichi l’altro, ed è un bell’esempio di incontro intellettuale tra generazioni diverse.
E poi c’è il libro. Che vive su una duplice operazione: da un lato, la rivisitazione della figura di Machiavelli, ormai quasi a 500 anni dalla morte; dall’altro, il suo possibile lumeggiare le vicende contemporanee grazie alla attualità della sua ricerca politica. L’intreccio dei due aspetti si sviluppa in modo sapiente, senza forzature: Augias padre, come in una lezione accademica, è sempre scrupolosamente attento a inquadrare le parole del segretario fiorentino nel suo contesto storico fin nel dettaglio – ed è un bel ripasso per tutti i lettori. Dunque, l'”indagine” è subito squadernata nel suo esito: Niccolò fu pensatore modernissimo, sicché davvero non è usurpata la definizione di “scienziato” della politica – in questo senso, “inventore” – sicché certe sue “leggi” valgono ancora oggi. E infatti, immediatamente – già a pagina 7 – gli Augias parlano del presente. Ed è quasi sempre Natalia a porla in questo modo: quando Corrado mette subito in evidenza il tema della “questione militare” come decisiva per unificare l’Italia, Natalia tocca il problema della difesa europea oggi. Corrado risponde così: «Machiavelli sa, e lo ripete, che le truppe mercenarie non sono mai del tutto affidabili e che uno Stato che voglia essere forte deve disporre di un proprio esercito per garantire una difesa efficace. Tutto questo può benissimo essere trasferito a livello europeo».
Come si vede, si parla dell’oggi. Nel libro ci sono innumerevoli riferimenti al nostro tempo ma senza forzature: diciamo che le analogie con il presente scaturiscono naturalmente dalle riflessioni di Machiavelli. Che non a caso – a parte l’orrenda e falsa evocazione del pensatore “nero” secondo il quale, frase mai scritta, il fine giustifica i mezzi – resta uno dei pensatori più studiati di ogni tempo. E infatti gli Augias si accostano all’opera sua con timore intellettuale, andando a frugare negli angoli più riposti della sua opera, che non consiste certo solo nel “Principe”, per divulgare l’essenza della sua riflessione sulla storia, lo Stato, la politica e, in ultima analisi, l’uomo. E a questo riguardo non c’è dubbio che l’antropologia machiavelliana sia al fondo pessimista: «Machiavelli – spiega Corrado Augias – pensa che i desideri e gli appetiti dell’uomo siano insaziabili, ed è vero». Proprio per questo egli costruisce il grande disegno dello Stato governato dalle leggi della Politica attuate dal Principe. Si tratta di un’impresa immane, della cui gigantesca difficoltà il filosofo fu ben consapevole: e infatti per lui la Storia è un andirivieni tra “alti” e “bassi”, fuori da ogni meccanicismo. Esiliato dai Medici dopo una vita attivissima sotto la Repubblica (il segretariato), Niccolò rifugiatosi nell’Albergaccio ove dimora lontano da tutto, intese «scrivere un manuale che oggi si potrebbe intitolare “Come fare buon uso del potere”», scrive Augias padre. Infatti “Il Principe” voleva essere uno strumento, oggi diremmo un “manifesto”, dedicato a Lorenzo de’ Medici, rampollo del Magnifico, che in effetti riuscì a tornare al governo di Firenze. Ma com’è noto diretto al Valentino, il terribile Cesare Borgia, che per Niccolò avrebbe potuto riunificare l’Italia polverizzata in staterelli deboli e sempre esposti al rischio del dominio delle grandi potenze europee.
Se Machiavelli non fu il genio del Male che nei secoli successivi molti dipinsero, non sfugge agli Augias questo punto critico della sua opera. Lo affronta Natalia: «Se si prende Machiavelli alla lettera non si capisce bene dove stiano i confini di un possibile comportamento, tutto diventa lecito, tutto è consentito, basta saperlo presentare». “Tutto è permesso”, dirà Ivan Karamazov qualche secolo dopo. E Corrado ricorda le parole di Niccolò quando scrive che il Principe può “intrare nel male, se necessitato” ma avendo chiaro che la finalità della sua azione è il bene della Repubblica, cioè della comunità umana: “Facci dunque uno principe di vincere e mantenere lo Stato: e’ mezzi saranno sempre indicati onorevoli e da ciascuno lodati”, scrive il Nostro. E ancora (nella traduzione italiana di Carmine Donzelli): “… Perché il volgo lo si conquista con le apparenze, con il buon esito dell’impresa, e nel mondo non c’è altro che il volgo. I pochi nulla possono quando i molti abbiano qualcuno a cui appoggiarsi”. Al che Natalia obietta: «È esattamente la negazione della democrazia». E Corrado: «È vero, si nega una radice alla democrazia ma a favore del più efficace realismo. Il volgo lo si conquista con le apparenze e con il buon esito dell’impresa». Sta qui la radice della famosa metafora del leone e della volpe, forza e astuzia, i due elementi fondamentali della politica e dell’arte di governo.
Qui l’irrequieta Natalia riporta il discorso su Putin e Netanyahu, parallelo contestato da Corrado, e ci si allontana dal tema-Machiavelli. Ma non poi tanto. Egli sottrae la politica alla consolazione delle buone intenzioni e la riconduce alla concretezza dei rapporti di forza, alla fragilità degli Stati, all’incostanza degli uomini, al carattere mutevole della fortuna. Ma proprio per questo la sua lezione non coincide con il cinismo. Al contrario, nasce dalla preoccupazione per la costruzione di un ordine politico capace di sottrarre la comunità alla precarietà e alla violenza della storia. Il segretario fiorentino – è qui il senso di questo bellissimo libro – parla a noi, qui e ora.
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