L’inchiesta sui finanziamenti in Italia in favore di Hamas ha confermato che il sostegno nel nostro Paese al gruppo terroristico non è solo una questione di politica estera, ma un problema culturale e di sicurezza nazionale. Ne abbiamo parlato con Alberto Pagani, docente all’Università di Bolog na, advisor nel settore della sicurezza, parlamentare per il Partito democratico dal 2013 al 2022, capogruppo in commissione Difesa, delegato nella Nato Parliamentary Assembly.

Quanto è grande l’inchiesta della magistratura italiana su Hamas? Di fatto, 7 milioni di euro sono pochi. È possibile che si tratti solo la punta di un iceberg?
«Il problema non è se sono tanti o sono pochi soldi, ma se finanziano il terrorismo o aiutano il popolo palestinese che soffre. Finanziare Hamas non salva i bambini palestinesi, perché Hamas ha voluto e causato intenzionalmente la violenta reazione israeliana, utilizza i bambini come scudi umani e ne sfrutta la sofferenza per alimentare la sua propaganda».

La rete del terrorismo islamico è internazionale. Possiamo aspettarci inchieste simili anche altrove? Per esempio, in Francia e Regno Unito, dove la penetrazione della Fratellanza musulmana è ben più profonda che in Italia?
«Dipende dalla legislazione francese e britannica in materia. La magistratura italiana persegue una fattispecie autonoma di reato denominata “finanziamento di condotte con finalità di terrorismo” normata dalla legge 153 del 2016, che è nel nostro ordinamento grazie a Marco Minniti, a Stefano Dambruoso e Andrea Manciulli, con i quali mi onoro di aver lavorato. Conoscere i problemi aiuta a fare buone leggi».

Alla magistratura italiana va dato atto di essere stata l’unica in Europa ad aver agito in questo modo. È un caso, oppure un punto d’onore da parte delle nostre forze di sicurezza?
«La nostra intelligence, le forze di polizia e la magistratura italiana hanno dovuto lottare contro il terrorismo interno negli anni di piombo, purtroppo, e questo ha costruito capacità e fornito strumenti per interpretare e combattere anche il terrorismo internazionale. Il loro impegno e il loro lavoro di prevenzione fino a oggi ci ha preservati dagli attentati come quelli che hanno colpito altri grandi Paesi europei».

Come possiamo giudicare la reazione della sinistra, che si è spesa più per la difesa del sentimento pro-Pal piuttosto che in maniera espressamente critica contro Hannoun e gli altri arrestati?
«Non generalizziamo. Anche io sono di sinistra, e dico cose diverse. La maggioranza degli italiani, come me, solidarizzano con la sofferenza del popolo palestinese e condannano le azioni militari israeliane che colpisce i civili. Questo però non ci porta a simpatizzare per Hamas, che è un’organizzazione integralista e terrorista di matrice islamista, che stravolge i valori dell’Islam e li trasforma in un’ideologia violenta e feroce, totalmente contraria ai valori di inclusione, solidarietà e pace della sinistra».

Il mondo pro-Pal non accetta che Hamas sia oggetto di inchieste. Un atteggiamento adottato all’insegna del “nessuno tocchi i palestinesi!” D’altra parte, si accusa Israele di aver “macchinato” l’inchiesta italiana. Anche questa è una manifestazione della guerra cognitiva?
«Non so quanto sia influenzato dalla propaganda o dal fanatismo chi lo ha detto, ma per fortuna non sono molti a sostenere queste sciocchezze. In Italia finanziare il terrorismo internazionale è un reato grave, l’azione penale è obbligatoria e la magistratura sta facendo il suo dovere, in base ad ipotesi di reato che emergono dalle indagini di polizia. Nessuno tocca i palestinesi in quanto palestinesi. Vengono perseguiti dei reati penali, e se ci sono palestinesi delinquenti che raccolgono soldi per finanziare i terroristi devono essere perseguiti».

Possiamo dire che il “caso Hamas” non è più una questione di politica internazionale, ma di politica interna? E con quali conseguenze?
«No, Hamas è un’organizzazione terroristica internazionale, condannata da tutte le forze politiche italiane, e quindi non è una questione politica interna. Che possa esserci qualche esponente politico con le idee un po’ confuse non lo escludo. A volte succede che la realtà si rivela diversa da quel che si credeva che fosse, e può esserci anche chi non vuole accettare l’idea di aver dato credito a imbroglioni e impostori, o di essersi fatto ingannare. Nessuno ama sentirsi strumentalizzato. Ma alla fine con la realtà bisogna sempre fare i conti. Jung diceva che chi nega la realtà vive una forma di dissociazione per impedire alla propria coscienza di evolvere».

Nel mondo intellettuale e universitario, si consolidando un appiattimento pro-Hamas, che va oltre la condivisione del sostegno alla causa palestinese. È un fenomeno preoccupante?
«Il mondo culturale è come la società italiana, di cui fa parte. Ci sono idee diverse, per fortuna. Il bello della democrazia è che puoi dire quello liberamente quello che pensi, anche se è una totale idiozia, senza che un dittatore possa impedirtelo o sanzionarti. Esattamente il contrario del sistema di potere di Hamas a Gaza, che si regge sulla paura e su un rigido controllo capillare, che non tollera il dissenso e lo punisce con esecuzioni esemplari».

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).