Quando mio zio mi passò un disco di Paolo Conte lo ascoltai un paio di volte e lo abbandonai lì. Volevo le chitarre elettriche, le folle oceaniche, le groupie. Qualche tempo dopo ho sentito avvicinarsi quelle canzoni come un segreto. E un’altra manciata di anni dopo, con quello stesso zio e mio fratello, eravamo a Parigi. Al Grand Rex c’era l’avvocato che suonava e i francesi che si spellavano le mani per quella sua “nostalgia fin de siécle” che li ha sempre fatti impazzire.

Mio zio, non credo lo sappia, mi ha fatto capire che ci vuole tempo, pazienza, e poi l’ironia e la fantasia per scendere giù sul fondo. E per godere della leggerezza pure. Lo zio di Paolo Conte era invece cosciente che al nipote stava insegnadogli la vita passandogli certi vinili. Prima, nell’infanzia ad Asti, c’erano stati il jazz americano ascoltato e suonato di contrabbando dai genitori ai tempi del fascismo, quando Louis Armstrong doveva essere chiamato Luigi Braccioforte e altre autarchie del genere.

Anni dopo Parigi, un altro concerto: a Roma. La donna che era entrata nella mia vita con una valigia di perplessità odiava Conte e non si capiva il motivo. Quando lo capii – pardon, adieu – allo spettacolo ci andai con mio fratello. Insomma: è diventata una questione familiare con l’avvocato. Per anni ho raccolto e collezionato dischi, vinili, libri, riviste, anche rubando, scivolando nel fanatismo. E comunque non è che di Conte si sappia granché. Poche interviste, rare apparizioni, gli aneddoti sempre gli stessi o quasi. Giorgio Verdelli ha confezionato un docu-film memorabile – mettendo insieme i pezzi, facendo combaciare clip esclusive e altre più note – nel suo Paolo Conte – Via con me (produzione Sudovest , Indigo Film in collaborazione con Rai Cinema e presentato alla Mostra di Venezia) in esclusiva in 282 sale italiane dal 28 al 30 settembre. Accettando una sfida, soprattutto: fare un film sulla carriera dell’autore più filmico della musica italiana – l’avvocato crea per immagini, ripetono tutti, ed è infatti pittore da una vita – e quindi rischiando una qualche ridondanza, un pleaonasmo, una riduzione della stessa discografia contiana.

E quindi parte una Topolino Amaranto, una bicicletta che è di Bartali o di Giovanni Gerbi “Diavolo Rosso” a fare strada. Sono alcune tra le chiccherie che rendono questo il lavoro più filmico di Verdelli che già aveva raccontato Pino Daniele, Vasco Rossi, Lucio Battisti tra gli altri. A fare la differenza, però, è l’attore protagonista: Conte è da giovane, adulto, vecchio il miglior interprete di sé stesso. Fuma come solo certi attori, guarda in camera o meno come solo certi attori, si intimidisce per finta o per davvero come solo certi attori. D’altronde Marcello Mastroianni disse che solo lui avrebbe potuto sostituirlo sul set. L’avvocato in effetti è impermeabile: le scene gli piovono tutte bene addosso. Ma andando al dunque: come può un fanatico approvare un riassunto di ogni metafora vertigine volo di un artista? Alla fine questa è una sintesi cosciente del fatto che un riassunto si può fare di qualsiasi cosa ma non di una poesia.

Almeno una manciata le clip straordinarie: il duetto con Monica Vitti e Sudamerica cantata al Premio Tenco con De Gregori, Fossati e Benigni. E lo stesso Benigni nel siparietto Mi piace la moglie di Paolo Conte. E poi Pupi Avati che dice che odia l’avvocato perché piace alle donne e il rebus spedito per posta a Vinicio Capossela. Traspira in ogni passaggio le chic e le charme e la selvatichezza e l’eleganza di quella scheggia, quell’enigma, quella scintilla che Conte è per la musica italiana. Anzi mondiale: visto che è uno dei pochi personaggi che all’estero ci invidiano per davvero. Forse per aver colorato la provincia a tinte universali; per quell’uomo del Mocambo alle prese ora con un fallimento e ora con una ricostruzione; per Marisa e per quel boogie e per quella faccia un po’ così; per Azzurro, La coppia più bella del mondo, Messico e nuvole, Insieme a te non ci sto più solo per citarne alcune spesso attribuite ad altri; per averci riportati puntuale a un immaginario condiviso che sa di nostalgia e di fughe e di corteggiamenti o chissà cos’altro.

Di casa e di avventura, per esempio, come quella che respirai io tornando a Napoli, dopo anni di esilio, e la sera al San Carlo c’era l’avvocato e Verdelli a riprendere un siparietto delizioso e forse una nuova stagione o solo un altro rendez-vous da ricordare. Uscendo dal cinema mi sono portato a casa la locandina del film. Fuori, ovviamente, pioveva bene sugli impermeabili e non sull’anima.