Tutti zitti, o quasi. Non una voce dai solitamente loquaci leader della politica dei social e fiochi segnali dai partiti per l’inchiesta giudiziaria sulla fondazione renziana Open che ha portato a perquisizioni in massa in mezza Italia e a capi d’accusa niente affatto light. Si sono espressi, oltre ai parlamentari di Italia Viva, per il Pd Orfini, Nardella, Gori, Marcucci; per Forza Italia Giro, Schifani, Giammanco, Savino; per la sinistra italiana/Leu Fratoianni. Poi Fabrizio Cicchitto. Fine, nella speranza di non aver dimenticato qualcuno. Eppure l’iniziativa dei magistrati fiorentini, al di là del merito, tocca un nervo scoperto del tempestoso rapporto fra politica e magistratura e pone bruscamente una questione chiave: esiste un futuro per la continuità della vita democratica del Paese? Fra i giornali, pare che siamo stati noi del Riformista fra i pochissimi a porci questa domanda. Attenzione, il silenzio della politica è colpevole: balbettanti, timidi, travolti dal falso mito del giustizialismo grillino, noi in Parlamento abbiamo abolito senza tanti discorsi il finanziamento pubblico ai partiti. Era il governo Letta. Abbiamo quasi tutti messo la testa sotto il ceppo della ghigliottina anti-casta e via i soldi pubblici ai partiti, male assoluto nel lungo elenco dei mali assoluti che si sono succeduti in questi anni di “etica” militante. Ricordo all’epoca i pochi interventi dei colleghi che si erano apertamente dichiarati contrari. Interventi circostanziati, che tutti condividevamo, ma la pressione dell’opinione pubblica ci sembrava insormontabile, e zac!, un taglio alle nostre convinzioni, un polpastrello sul bottone giusto e abbiamo cambiato l’esito della storia democratica italiana.

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Eravamo tutti consapevoli che si trattava di un salto nel vuoto: come si sarebbe finanziata da allora in avanti la politica, che ha un costo e un suo preciso conto economico? Boh. Ci avremmo pensato poi. Non abbiamo avuto il coraggio di affrontare il Paese compattamente e spiegare, far ragionare sulle conseguenze di quella decisione. Abbiamo fatto a gara a chi cavalcava di più il dagli alla politica e ci siamo resi colpevoli di ignavia. Eppure c’è un articolo della Costituzione, il 49, che recita così: «Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». Significa che ancora oggi la politica si fa attraverso i partiti. E come nascono e campano i partiti? Come svolgono le loro iniziative per guadagnarsi il consenso dei cittadini? Ormai con finanziamento privato. E fra l’altro un finanziamento privato alquanto regolamentato. È notorio che – una delle tante leggi entrate in vigore per colpire il nemico di allora, Berlusconi, che aveva la colpa di essere assai facoltoso, era il 2014 – non si può contribuire con più di 100mila euro ad un partito. Quindi la raccolta di fondi si fa molto complessa, articolata, per non parlare delle tonnellate di documentazioni da predisporre in nome del totem della Dea Trasparenza. Da qui la nascita di Fondazioni – strumento di diritto privato consentito dalla legge – per la raccolta di fondi. Tra queste la Fondazione Open. Se qualcuno pensa o auspica che la politica si faccia gratis, si sbaglia di grosso. La politica costa, come ogni altra cosa. Che poi nel caso specifico della politica ci debba essere un supplemento di cura e di tutela perché la politica ce l’ha messa tutta per dimostrare nei decenni di essere una pessima amministratrice, ci sta, eccome se ci sta.

Ma non mi pare che la Fondazione Open abbia estorto denaro a qualcuno. Ha raccolto contributi liberi. Liberi. Parola aborrita da chi vorrebbe invece una politica prigioniera. Allora il nodo è questo: come si fa a garantire la libera vita democratica in Italia, se per la Costituzione sono necessari i partiti e questi devono pur finanziarsi? L’iniziativa della magistratura fiorentina porta ad ipotizzare che non possa esistere, in fondo, un finanziamento privato lecito ad un partito, poiché necessariamente ad un finanziamento privato deve corrispondere un beneficio di ritorno che il partito in qualche modo dovrà prima o poi stornare. Aprendo così il vaso di Pandora dei traffici di influenze illecite, del finanziamento illecito ai partiti e chi più ne ha più ne metta.

Al di là del merito dell’inchiesta, che spetta ai magistrati, noi politici non possiamo continuare a non affrontare il problema per paura delle conseguenze. Ci sono varie strade: modifica della Costituzione (art. 49) e abolizione dei partiti come strumento per concorrere alla politica nazionale. Dovremo inventarci qualcosa di nuovo. Dato il contesto, potrebbe essere una buona idea quella di consentire ad Associazioni di famiglie miliardarie di svolgere il gravoso compito che fu dei partiti. Oppure, ripristino del finanziamento pubblico dei partiti, sottoposto a rigorosi controlli ex ante ed ex post, facendosi carico dell’onere non semplice di spiegare all’opinione pubblica perché alla fine questo è il sistema meno peggiore per consentire la vita dei partiti evitando ampie zone d’ombra in cui può facilmente annidarsi l’illiceità.  O ancora, impresa monumentale e sempre rimandata: provare a regolamentare le lobby come è accaduto nei paesi anglosassoni – ammesso che ci piaccia il sistema di finanziamento delle democrazie anglosassoni – provvedendo a fornire un set di regole chiare e rigorose e consentendo ai vari attori delle attività di Lobbying e della politica di muoversi nel rispetto di queste ultime. Ci sono decine di progetti di legge su questo tema che giacciono dimenticati in entrambi i rami del Parlamento, chissà perché.

Infine, possiamo continuare a fare ciò che abbiamo fatto in questi ultimi anni: ignorare la questione, sperare che si risolva da sola e nel frattempo trovare escamotage più o meno accettabili per tirare avanti. Non è un buon modo per restituire efficacia all’azione politica. Che è nobile, anche se non sempre esercitata nobilmente. La commissione parlamentare di inchiesta, prima che sui finanziamenti ai partiti, andrebbe fatta sull’autolesionismo che in questi anni ci ha condotto tutti a fare le scelte più demagogiche e meno sensate, rinunciando a trovare in noi la forza di guidare la società verso la ragione e conseguentemente verso le scelte giuste e riducendoci a followers di tutto quello che accade.