Mario Ciancio non è uno della mafia. Non ha aiutato la mafia, non l’ha favorita in nessun modo, non ha concorso né dall’interno né dall’esterno alle fortune di questa associazione. L’ha detto la Corte d’Appello di Catania. E gli ha restituito i beni che gli erano stati sequestrati tre anni fa. Con questa motivazione esplicita: non si può sequestrare niente perché non c’è pericolosità sociale, non c’è pericolosità sociale perché non c’è mafia. Ciancio è stato per diversi anni il numero uno degli editori italiani. Presidente della Fieg. Accusarlo di mafia ha prodotto una fantastica onda mediatica, un’ottima occasione di linciaggio. Anche perché il capo degli editori, spesso, ha molti nemici. Deve stare attento a non averne troppi tra i magistrati.

Comunque Ciancio dovrà affrontare lo stesso un processo per concorso esterno in associazione mafiosa, perché così ha voluto un Gip. I Pm che avevano iniziato l’inchiesta nel 2007, avevano cercato invano qualche indizio di mafiosità. Poi avevano detto: niente, proscioglietelo. Il Gip aveva detto di no: continuate a cercare. Loro per una seconda volta hanno spiegato al signor Gip che di indizi ce n’erano zero. Il Signor Gip ha insistito: voglio il processo. Lo avrà. E, contravvenendo a tutti i principi del diritto che dicono che non puoi essere processato due volte per lo stesso reato, Ciancio sarà, di fatto, processato due volte. Dopo essere stato indagato a raffica e inutilmente.

Certo, verrà assolto di nuovo, e sarà per l’accusa un processo difficile quello contro una persona che sia i Pm che i giudici dell’appello hanno giudicato innocente. Ma intanto il Gip l’avrà avuta vinta. E nessuno potrà mai andargli a dire: “Ma cosa ti sei messo in testa: che la Giustizia è un gioco personale per magistrati?”. Nessuno potrà. Perché lui, se vorrà, potrà rispondere: “Sì”. E sarà difficile dargli torto.