L’Europa rischia la disgregazione. Troppo spesso le istituzioni europee sono rimaste prigioniere della politica dei veti esercitata dai governi anti-europeisti. Ciò ha comportato una persistente paralisi decisionale e ha favorito la crescita delle forze sovraniste, che mirano a ridimensionare molte delle competenze acquisite dalle istituzioni sovranazionali. L’Europa si è così ritrovata in una ricorrente situazione di stallo dalla quale non sempre è riuscita a uscire.

La tendenza all’immobilismo che ne è derivata ha contribuito ad alimentare un forte scetticismo nei confronti del progetto stesso di una maggiore integrazione politica del continente, oltre che una crescente sfiducia tra i Paesi membri, come non trascurabili settori dell’opinione pubblica sembrano dimostrare. La logica dei veti incrociati è stata inoltre rafforzata dal fatto che il Consiglio europeo decide all’unanimità allo scopo di tutelare gli interessi politici dei governi nazionali che lo costituiscono, e ciò contribuisce ulteriormente a creare un contesto di paralisi decisionale. L’unanimità è una ricetta per non decidere e per lasciare che gli interessi nazionali finiscano per prevalere sulla identificazione di un “principio europeo”.

La trappola dell’unanimismo espone infine i cittadini ai richiami dei vari nazionalismi, il cui rafforzamento costituisce un ostacolo alla nascita di una vera e propria unione politica. Un’unione federale sarebbe compatibile con gli Stati nazionali, ma non con le pulsioni distruttive dei nazionalismi che mirano a svuotare dall’interno l’idea di un’Europa integrata. Consapevoli di queste difficoltà, le forze europeiste hanno tentato di superare gli ostacoli che si frappongono al processo di integrazione operando nella consapevolezza che non tutti i 27 Stati membri dell’Ue condividono gli stessi programmi. Sarebbe auspicabile che i Paesi disponibili al rafforzamento dell’unione facciano in modo di dar vita a un’unione federale senza, per questo, dover subire i veti dei Paesi che puntano a trasformare l’Ue in una organizzazione di cooperazione economica nella quale – tra l’altro – le democrazie liberali possano convivere con le cosiddette “democrazie illiberali”.

L’impegno volto a superare lo stallo decisionale che condanna l’Ue all’immobilismo e ne frena le spinte in direzione di una maggiore integrazione ha trovato espressione in una molteplicità di formule verbali: Europa a due velocità, a cerchi concentrici, a geometria variabile. Formule che sembrano tuttavia ignorare la possibilità di procedere più velocemente nell’integrazione attraverso le procedure riconosciute dai Trattati – di Amsterdam (1999), di Nizza (2001) e di Lisbona (2009) – come le “cooperazioni rafforzate”. In altre parole, tutte queste locuzioni sembrano tenere in scarsa considerazione il fatto che l’Ue è già, e non da oggi, un’organizzazione differenziata, e sotto almeno due profili. Il primo riguarda le politiche pubbliche. Ad esempio, degli attuali 27 Stati membri dell’Ue soltanto 20 fanno parte dell’Eurozona e solo 22 dell’Area di Schengen. Attraverso la clausola dell’autoesclusione (o dell’“opt-out”), è stato consentito ad alcuni Paesi di non rientrare in questi regimi di policy, a condizione di non opporre ostacoli alla loro implementazione. Il secondo verte sulla partecipazione a specifici regimi istituzionali, come le Convenzioni tra Stati, all’interno dell’ordinamento giuridico dell’Ue, oppure i Trattati intergovernativi, che sono invece esterni al suo ordinamento.

La vera sfida che attende l’Ue è rappresentata dalla possibilità di dar vita all’unione federale: di dar vita agli Stati Uniti d’Europa. Ciò significa disporre di una politica autonoma della sicurezza e della difesa, dell’immigrazione e del controllo dei confini, oltre che di un bilancio assicurato da risorse proprie e non dai trasferimenti operati dagli Stati. Un impegno di questa portata prevede la realizzazione di una effettiva unificazione politica sovranazionale di tipo federale. Una prima obiezione potrebbe essere quella di dire che, anche in questo caso, si tratta di un obiettivo poco realistico in quanto eccessivamente ambizioso ma, come andrebbe ricordato ai critici e agli scettici, il federalismo è un procedimento che può procedere per tappe e approssimazioni successive.

Rimane un procedimento necessario perché solo attraverso una organizzazione federale l’Ue potrà dare risposte diversificate ai suoi cittadini, le cui storie nazionali li rendono diversi per tradizioni, interessi e identità. La posta in gioco è decisiva: senza una capacità europea di trasformare l’Unione e rinnovare le basi sulle quali è fondata, l’Europa sarà destinata all’irrilevanza geopolitica e, forse, alla sua stessa implosione. Tra il sovranismo distruttivo e l’europeismo conservativo c’è lo spazio per una strategia riformatrice che, al di là delle formule verbali, trovi lo slancio per rilanciare il progetto politico europeo ispirandosi al federalismo come al metodo da applicare per gettare le fondamenta di una unione sovrana di Stati sovrani.

Forse l’unica via – anche a costo di perderlo – potrebbe essere quella di indire un referendum per un’Europa politica emanato in primis da un numero circoscritto di Stati in modo da formare congiuntamente il primo anello dell’Europa. Rispetto a tale progetto potrebbe rientrare anche il Regno Unito uscito dall’Unione quel famigerato 31 gennaio 2020. L’unica certezza è che l’attuale immobilismo preclude le vere riforme che potrebbero essere rilanciate dalla recente disponibilità da parte della Francia a mettere a disposizione il suo arsenale nucleare come scudo di difesa per l’Unione. La nascita degli Stati Uniti d’Europa significherebbe poter realizzare pienamente i nostri legittimi interessi senza continuare ad essere politicamente subalterni a chi attualmente paga la nostra difesa.

Edoardo Greblo, Luca Taddio

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