Le notizie raccontano una Cuba in rivolta. Rivolta contro “Rivoluzione”. Parola-totem, quest’ultima, che, laggiù a L’Avana, suona sia in senso d’apoteosi e retorica liberatoria sia in termini perfino polizieschi. Nel senso di presidio, anzi, del controllo nell’accezione di un sistema repressivo: sorvegliare e punire. In nome del “socialismo”. Ossia, ora e sempre, come mandato storico della “Rivoluzione”, che pretende così di legittimarsi, perpetuando se stessa, meglio, il regime. Solo una concezione paranoide dell’assedio può legittimare un governo fondato sulla costrizione, sul controllo sociale capillare, muovendo sul territorio attraverso i C.D.R., Comités de Defensa de la Revolución, appunto. Inaccettabile che tale etica del presidio permanente sa legittimata da antiche parole d’ordine “anticapitalistiche”: “antimperialistiche”. “Patria o muerte” diventano sinonimo di assenza d’ogni libertà individuale.

Inaccettabili le espressioni pronunciate dalle agenzie di stampa ufficiali del regime post-castrista, parole che accennano a “gruppi organizzati di elementi antisociali e criminali” (sic). Anche tra i contrassegni utilizzati dai nazisti nell’anagrafe dei lager ve n’era uno riferito agli “asociali”, corrispondente a un triangolo nero. Nella giornata di ieri “Il Giornale” ha scritto che nessun intellettuale “di sinistra” avrebbe rotto il silenzio rispetto a ciò che accade adesso a Cuba. Sarà pure una precisazione narcisistica, ma, fin dal primo sentore di proteste, il 12 luglio, ho messo nero su bianco su Twitter queste parole: “La mia solidarietà va ai giovani cubani che lì protestano contro il regime per le condizioni materiali e la dittatura. Solidarietà incondizionata. Nessuna scusante ‘antimperialista’, grazie”.

Intanto che le scrivevo, tornava in mente Giuseppe Di Vittorio che nel 1956, davanti alla repressione nel regime comunista polacco si schierò incondizionatamente dalla parte degli operai, e lo stesso fece poco dopo nei giorni dell’invasione d’Ungheria da parte delle truppe sovietiche. Rifiutando in questo modo ogni forma di “realpolitik”; anche Pasolini nei suoi migliori versi dedicati ai paradossi della storia ha messo un fiore sulla dicotomia rivoluzione-realpolitik. Appassito. La difesa dell’indifendibile resta tale, e non sarà la quadreria “rivoluzionaria”, in cima a quel risiede il “guerrigliero eroico”, Che Guevara, accompagnato dallo stetson di Camilo Cienfuegos, in una sorta di timore sacrale, a fermare il nostro sdegno. Anche Sartre e Camus hanno avuto modo di ragionare sulla legittimazione di un improprio giacobinismo statuale. Dimenticavo: a Cuba, sui tavoli da lavoro delle sigaraie, c’era il ritratto di Michael Jackson. Mentre altri, di fronte alle mie domande sulla memoria del “Che”, chiedevano piuttosto, sapendomi romano, se per caso conoscessi il Bar “Enna”, nel quartiere di San Giovanni, a due passi da Villa Fiorelli e via Sanremo, la casa dell’amatissima mamma di Marcello Mastroianni, ed era lì che sognavano di andare, tornare.

Su tutto, resti la nostra solidarietà piena e incondizionata verso chi protesta, posto che l’embargo non può essere l’alibi che legittima un regime dittatoriale e ampiamente corrotto. Anni addietro, arrivando all’aeroporto de L’Avana, ho provato stupore scorgendo un busto dedicato a Nguyen Van Troi, martire vietnamita, cose che non notavo dal tempo dei manifesti comunisti dei primi anni ’70, tra “Yankee Go Home” e “Nixon Boia!”. In città le luci erano fioche; sullo stesso mio volo c’erano alcuni “compagni” italiani, turisti modo politici, dell’allora ancora fiorente, mi sembra, Rifondazione comunista, giunti sull’isola con l’entusiasmo dell’adesione alla “Patria del socialismo”, anche loro alloggiati all’Hotel “Inglaterra”, a La Habana Vieja, dove il paesaggio appariva immobile, insieme alle ombre e le remote Cadillac e Oldsmobile, fisso alla fine degli anni Cinquanta.

Li ho rivisti anche nei giorni successivi del nostro soggiorno, e sebbene ci trovassimo al Museo della rivoluzione dove, accanto al “Granma”, l’imbarcazione che trasportò Fidel Castro e gli altri ribelli sulle spiagge di Cuba nel 1956, innescando la rivoluzione, sono raccolti i cimeli, i memorabilia, le particole di quella storia. I “compagni”, percepito il disagio sociale, avevano già avuto cura di riporre dentro gli astucci del pudore le bandiere e gli entusiasmi. Sia detto per coloro che continuano, perfino da qui, a trovare attenuanti a quel regime e alla sua sostanza repressiva.
Sia detto più prosaicamente, nessuno provi ancora ad affermare la necessità del socialismo con il culo degli altri.

Fulvio Abbate è nato nel 1956 e vive a Roma. Scrittore, tra i suoi romanzi “Zero maggio a Palermo” (1990), “Oggi è un secolo” (1992), “Dopo l’estate” (1995), “La peste bis” (1997), “Teledurruti” (2002), “Quando è la rivoluzione” (2008), “Intanto anche dicembre è passato” (2013), "La peste nuova" (2020). E ancora, tra l'altro, ha pubblicato, “Il ministro anarchico” (2004), “Sul conformismo di sinistra” (2005), “Pasolini raccontato a tutti” (2014), “Roma vista controvento” (2015), “LOve. Discorso generale sull'amore” (2018), "I promessi sposini" (2019). Nel 2013 ha ricevuto il Premio della satira politica di Forte dei Marmi. Teledurruti è il suo canale su YouTube.