Anno cruciale, il 1989, per il comunismo reale. Due avvenimenti: la rivolta di piazza Tienanmen fra aprile e giugno, con l’esito di una repressione di massa di cui ancora non si conosce il numero di vittime; la caduta del muro di Berlino, anticamera della fine dell’Urss avvenuta due anni dopo, che segnò la fine del “1917”. L’opposto in Cina: Tienanmen coincise con l’avvio della sua potenza globale, che domina l’Asia e si appresta da allora a giocare una partita mondiale. Come mai?  La rivoluzione del 1917 ha vissuto sempre di una intima contraddizione: nata da un colpo di stato, reso possibile dalla parola d’ordine della fine della guerra, divenne un fatto periodizzante per il destino dell’umanità, nella politica, ma soprattutto nell’immaginazione di una intellettualità mai così affascinata da quella vicenda: le due rivoluzioni, 1789 e 1917, ecco compiersi il destino di liberazione dell’umanità. Peraltro più d’uno, della classe dirigente bolscevica, si era formato nelle università francesi. Lenin non era un marxista, ma un hegeliano di sinistra, educato alla Scienza della logica di Hegel.

Da questo insieme nacque una gigantesca superfetazione anche ideale e culturale che ha scaldato i motori politici del colpo di stato, dandogli dimensione mondiale. Questo accadeva in una Russia euroasiatica, dove, in vari modi, la vita intellettuale si era svolta, lungo tutto l’800, nel grande dibattito tra occidentalisti e slavofili. Insomma, una vicenda contrastata, profondamente europea, almeno in una sua parte decisiva, caduta quando l’Occidente, cui pure essa si era abbeverata, ne mise allo scoperto il sostanziale fallimento politico-ideale. Tutt’altra cosa è accaduta in Cina. La rivoluzione del 1949, nata da una guerra civile, fu profondamente radicata nel popolo. Insomma, due “nazioni” furono di fronte; ma l’una, quella di Mao, rappresentava una dimensione nazional-popolare profondissima, armata di una cultura lontana dall’occidentalismo, e che viveva delle proprie radici. Il dibattito sulla democrazia non è mai entrato nei suoi confini. L’Occidente era semplicemente una realtà ostile e prevaricatrice. Asia, dunque, contro Occidente, l’opposto che in Russia. Le conseguenze di Tienanmen si spiegano così. Una ribellione, di giovani studenti, soprattutto, che non toccava la sterminata massa di un popolo contadino, ribellione che rivendicava le libertà civili senza possedere strumenti capaci di egemonia, quasi una rivolta per sofferenze e bisogni esistenziali, mai diventati per davvero collettivi.

Per tutto questo, diversi furono gli effetti, nel comunismo mondiale, dei due accadimenti del 1989: caduta dell’Urss e, sul fronte opposto, nascita della Cina come potenza globale che aveva reagito con la violenza alla ribellione studentesca. Partì allora, abolendo sul nascere ogni alternativa; la sua immensa capacità tecnica e produttiva andò alla conquista dell’egemonia in Asia, e poi, possibilmente, nel mondo.
Tutto dunque sta nell’origine delle due rivoluzioni. La prima, con sempre un tarlo al suo interno, ha mescolato egemonia culturale nel mondo, da un certo momento in progressivo declino, e dispotismo totalitario all’interno. La seconda, quella cinese, si è concentrata su se stessa, divenne la religione della nazione, ebbe perfino un richiamo nell’Occidente intellettuale, dopo il 1968, negli anni della rivoluzione culturale, ma fu infine un’influenza ristretta a gruppi politici iperideologici. Non passò nella cultura generale. E allora, oggi? L’Urss è un ricordo, anche se la fine del suo sistema ha lasciato sul terreno memorie che parlano di democrazia “sostanziale” come un miraggio che noi immaginiamo essere una possibilità della storia.

La Cina ha incominciato intanto il suo cammino, radicato in una vera rivoluzione politica che ha sollevato dalla miseria e dalla fame la massa contadina, una rivoluzione assai cólta nelle sue gerarchie. Ha urbanizzato milioni e milioni di contadini poveri, un mondo da fantascienza dove si mescolano i mercati di animali selvatici, privi di garanzie igienico-sanitarie, con le più sottili conquiste tecnologiche. Un immenso laboratorio all’insegna del dispotismo. Ora è la Cina che va alla conquista dell’Occidente, la sua potenza nasce da questo. La vittoria dei giovani a Tienanmen sarebbe stata un semplice intralcio verso un mondo sconosciuto, e perciò andava repressa. Da allora, quelle rivendicazioni non sono state più sollevate, se non da piccoli gruppi di dissidenti presto incarcerati o duramente colpiti.

Tienanmen è diventato un tabù. Ha vinto una classe dirigente nata dalla rivoluzione di Mao, trasvalutata dal geniale Deng Xiaoping, sapendo oggi che il comunismo come tale non è più una potenza che può parlare al mondo. E da allora, la Cina si muove con l’aiuto di Confucio, della tecnologia e del lavoro di massa, più che di Marx. E così essa irrompe come potenza mondiale, una grandiosa smentita della tesi occidentale sul rapporto necessario tra sviluppo economico e democrazia. Tutto un altro modello sta diventando potenza globale, penetrando dappertutto anche nelle maglie indebolite di un Occidente diviso e incerto nella sua dimensione geo-politica.

Questo stato di cose produce un effetto che sia i sinologi sia gli analisti politici giudicano pressoché obbligato: più cresce la potenza politica, più si aggrava il dispotismo nella società, come se la dimensione globale nella quale la Cina è impegnata, avesse come riscontro politico la repressione interna, per rafforzare l’unità della decisione di un Presidente a vita. Il mondo oggi si confronta con la potenza cinese, comunismo reale trasformatosi in capitalismo di Stato dispotico con tendenze espansive. Non aggiungo altro su un tema che si apre in questo quadro: avvertiamo la sempre maggiore divisione del “sistema Occidente”, America-Europa, in una fase di transizione difficile, non si sa verso dove, e molto dipenderà da questo “dove”. Difficile decifrare il mondo che viene. La Cina è di certo un interlocutore necessario, ma sapendo che si può preparare, nell’orizzonte della politica mondiale, una prevalenza delle democrazie illiberali anche entro i confini di civiltà che hanno provato a mettere insieme, con molta fatica, e talvolta con varie ritirate, democrazia e liberalismo. Ora tutto è in discussione, bisogna saperlo.