Oltre 300 manifestanti sono arrestanti a Hong Kong per via delle proteste contro la nuova legge sulla sicurezza che la Cina vorrebbe imporre. Le mobilitazioni sono cominciate la settimana scorsa e sono le più grandi da quelle dello scorso anno, quando gli attivisti avevano protestato contro una legge per l’estradizione imposta da Pechino e assecondata dalla governatrice Carrie Lam. Una nuova serie di leggi per la sicurezza metterebbe in pericolo secondo i manifestanti la libertà di espressione e altri diritti previsti dalla Legge Fondamentale di Hong Kong, una sorta di costituzione in vigore nel territorio semi-autonomo.

Gli attivisti pro-democrazia vogliono scongiurare che il loro sistema diventi quanto più possibile simile a quello cinese. Hong Kong è stata fino al 1997 una colonia britannica. Dopo di ché è passata sotto il controllo cinese, ma sempre come regione amministrativa speciale. Una supervisione sintetizzata con l’espressione: “Una Cina due sistemi“. Le proteste – che oggi riguardavano anche un’altra legge in discussione all’assemblea di Hong Kong che punirebbe le offese verso l’inno nazionale cinese – sono partite a ora di pranzo nell’area commerciale di Causeway Bay e nel pomeriggio hanno interessato le strade del distretto di Mong Kong. I poliziotti sono intervenuti usando spray urticante al peperoncino. 

Hong Kong riot police guard arrested anti-government protesters in the Central district of Hong Kong, Wednesday, May 27, 2020. Hong Kong police massed outside the legislature complex Wednesday, ahead of debate on a bill that would criminalize abuse of the Chinese national anthem in the semi-autonomous city. (AP Photo/Vincent Yu)

Già la settimana scorsa almeno 180 persone erano state arrestate durante le proteste contro la nuova legge sulla sicurezza. La norma, secondo diversi media internazionali, prevederebbe delle strette su atti di sovversione (e quindi si immagina sulle proteste) e su presunte interferenze straniere negli affari interni nonostante l’autonomia concessa dalla Legge Fondamentale. Carrie Lam ha provato a tranquillizzare la situazione assicurando che la libertà di parola non subirà alcuna limitazione. Chen Daoxiang, capo dell’esercito cinese a Hong Kong – che conterebbe su un imprecisato numero di militari tra seimila e diecimila uomini – ha dichiarato alla tv di stato cinese che qualora dovesse essere necessario agirebbe con fermezza per “applicare le decisioni e i piani del governo centrale”.

La questione di Hong Kong rappresenta un altro fattore di tensione tra Cina e Stati Uniti. Il segretario di Stato americano Mike Pompeo è intervenuto sugli scontro dicendo che il territorio “non è più autonomo dalla Cina” e che la legge sulla sicurezza “è solo l’ultima di una serie di azioni che mettono in pericolo l’autonomia e le libertà di Hong Kong“. Pompeo ha aggiunto che “al Dipartimento di Stato è richiesto, in base all’Hong Kong Policy Act, di valutare l’autonomia del territorio dalla Cina. Dopo uno studio attento degli sviluppi, ho certificato al Congresso che Hong Kong non continua più a giustificare il trattamento previsto dalla legge americana. Nessuna persona ragionevole può affermare oggi che Hong Kong mantiene un elevato grado di autonomia dalla Cina”. Le parole di Pompeo aggiungono benzina sul fuoco delle tensioni tra Pechino e Washington esplose in merito alle presunte responsabilità della pandemia da coronavirus, e prima ancora sui rapporti commerciali.

Preoccupazione intanto è espressa anche da Taiwan sul comportamento della Cina. “Cerchiamo il supporto Usa e dal resto del mondo, diplomaticamente, e allo stesso tempo stiamo cercando di aumentare le nostre capacità di difesa, in modo da scoraggiare la Cina”, ha dichiarato in un’intervista a Fox News il ministro degli Esteri Joseph Wu. “Non vogliamo che ritenga Taiwan così vulnerabile da pensare di poterla prendere a breve con mezzi militari“, ha aggiunto Wu su Pechino. La pandemia da coronavirus ha esasperato ulteriormente i rapporti tra Taiwan e Cina. L’isola, che Pechino considera suo territorio, ha affrontato il virus con ottimi risultati, contenendo contagi e decessi. E ha lanciato una campagna di soft power (lo slogan: “Taiwan can help”) donando milioni di aiuti di tipo sanitario a diversi Paesi nel mondo tra Europa e Stati Uniti. Taiwan non è riconosciuta da Pechino, dagli altri membri permanenti delle Nazioni Unite (Stati Uniti, Francia, Russia e Regno Unito) e dall’Unione Europea pur intrattenendo rapporti commerciali e diplomatici.