Non solo i dubbi sui reali numeri del contagio e delle vittime o sull’origine del Coronavirus, sulla Cina dal ‘mondo occidentale’ sono diversi gli analisti che si stanno ponendo delle domande sui dati ufficiali di Pechino sulla disoccupazione. Il 15 maggio scorso l’Ufficio nazionale di statistica cinese ha pubblicato i dati relativi al mese di aprile, con la disoccupazione al 6%, in rialzo dello 0,1% rispetto a marzo. Numeri estremamente bassi se confrontati con quelli diffusi dalle altre superpotenze occidentali, dove il tasso di disoccupazione è esploso in concomitanza con la pandemia di Covid-19.

Dietro i numeri così bassi il sospetto degli analisti è che vi sia in realtà una strategia politica: il tasso di disoccupazione in Cina è uno dei dati più importanti per la legittimità e per il consenso del Partito Comunista, che può essere riassunto in un contratto sociale del tipo “tu ti fidi di noi, noi ti diamo un buon risultato economico”, come spiega il professore di Economia all’Università di Hong Kong Jin Li.

Tornando ai dati sulla disoccupazione, secondo gli analisti dell’Economist Intelligence Unit di Londra il tasso reale di inoccupati in Cina sarebbe attualmente attorno al 10 per cento, ben più alto rispetto ai numeri ufficiali forniti da Pechino. L’articolo inoltre prevedeva come nei prossimi 10 mesi circa 250 milioni di lavoratori cinesi potranno perdere tra il 10 e il 50% dei loro guadagni.

Le analisi occidentali sono state però aspramente criticate, in una operazione di ‘debunking’, dal Global Times, quotidiano legato al Partito Comunista cinese. Secondo i cinesi infatti il modello di indagine sulla disoccupazione di Pechino “è in linea con gli standard internazionali e può generalmente riflettere lo stato occupazionale del paese”, mentre i media stranieri sono stati tacciati di pubblicare fake news.

Come ricorda Il Post, essere registrati in Cina come “disoccupati” (la definizione cinese è disoccupazione urbana registrata, ndr) prevede requisiti particolarmente stringenti, tanto che non pochi cittadini sono reticenti dal registrarsi, sia per le complicazioni burocratiche che per lo ‘stigma’ che ne deriva dall’essere senza lavoro.

Il tasso di disoccupazione viene calcolato da Pechino sul numero totale delle persone registrate come disoccupate rispetto alla forza lavoro totale dei disoccupati e degli occupati. Soltanto nel 2018, dopo quasi 20 anni in cui il tasso di disoccupazione è rimasto sostanzialmente stabile tra il 4,3 e il 3,9%, il metodo è stato modificato, per comprendere in parte anche i lavoratori migranti precedentemente esclusi.

Se quindi i dubbi occidentali su un tasso di disoccupazione inspiegabilmente stabili anche nel pieno dell’emergenza Covid sono emersi sulla stampa, anche in Cina si avanzano dubbi sulla tenuta dell’economia. Per la prima volta nella storia la locomotiva asiatica non ha fornito un obiettivo per il proprio Pil durante l’annuale rapporto sullo stato della propria economia all’Assemblea nazionale del popolo.