Sarà il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a onorare con la sua partecipazione oggi pomeriggio il consiglio comunale di Milano e poi a guidare il breve corteo che da piazza della Scala porterà in piazza Fontana il ricordo della strage di cinquant’anni fa alla Banca dell’agricoltura. I diciassette morti (cui ci sembra giusto aggiungere come diciottesima vittima l’anarchico Pinelli) e gli ottantotto feriti non possono, non devono essere dimenticati, fanno parte della storia di Milano e della storia d’Italia. Questo va ben oltre le cinque istruttorie, i dieci processi che hanno popolato trentasei anni della nostra vita e nessuna sentenza che abbia in modo definitivo sancito chi ha messo le bombe, le cinque bombe che furono collocate, tre a Roma e due a Milano, il 12 dicembre del 1969. Il processo più lungo nella storia della Repubblica italiana.

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Ma è importante chiarire un altro punto. Chi ha a che fare con esplosivi, chi mette le bombe per motivi politici, fosse anche in luoghi disabitati e come puro gesto dimostrativo, compie comunque un atto tragico che non va giudicato solo nei tribunali ma anche nella società e nella storia. Per questo, e anche perché tutti gli imputati – prima gli anarchici e poi i fascisti – sono usciti indenni dai processi, non ha più molta importanza se mandanti ed esecutori volessero o meno uccidere, come pensano e hanno pensato tante persone degne e non sospettabili di complicità con gli attentatori. Il ragionamento è elementare, e fa ormai parte della storiografia: se le bombe erano cinque e sono state messe per uccidere, come mai solo una ha avuto effetti tragici? E se le banche chiudono gli sportelli alle 16, ma quel venerdi gli agricoltori si erano attardati per le loro transazioni commerciali, è possibile che chi ha fatto esplodere la bomba alle 16,37 non sapesse dello spostamento di orario? Sì, è possibile. Ma questo non cambia niente. I morti e i feriti ci sono stati. E questa è realtà. Milano ha subìto uno squarcio ben più profondo di quello che ha sfondato il pavimento della banca dell’agricoltura. E questo è un dato storico. Ma non significa che qualcuno possa arrogarsi, in modo arbitrario e soggettivo, il diritto a conoscere e a raccontare, magari a ignari ragazzini, “la verità”, con la V maiuscola, a modo proprio e anche alterando la storia. Lo ha spiegato bene su questo giornale due giorni fa il professor Vladimiro Satta a proposito di Romanzo di una strage, il film di Marco Tullio Giordano, che andrà in onda su Rai 2 questa sera, tratto liberamente dal libro di Paolo Cucchiarelli.

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Ancor prima del 1974, quando sul Corriere della sera apparve lo scritto di Pierpaolo Pasolini “Io so”, ma non ho le prove e neanche gli indizi, in molti si sono (ci siamo) esercitati sui “misteri” di piazza Fontana. Ancora oggi quella non è una piazza normale, con una banca, l’arcivescovado, la fontana, la sede dei vigili urbani, il capolinea del tram numero 24. Non solo per la targa e le formelle messe pochi giorni fa a ricordo di ogni vittima, citati per nome uno a uno, come è giusto. Ma per l’impossibilità a rassegnarsi. Rassegnarsi al fatto che la realtà probabilmente è stata più semplice, ben diversa da quella immaginata dall’ideologia del complotto politico-eversivo che ha nutrito tanti di noi giovani democratici del tempo. “La strage è di Stato”? Nessuno oggi può dirlo. E se non sono state sufficienti le bugie e le reticenze al processo di Catanzaro del presidente Andreotti e degli altri politici venuti a testimoniare, ha ancor meno senso oggi accusare l’ex presidente Saragat piuttosto che Mariano Rumor di aver tentato di organizzare un colpo di Stato. Sono argomenti che non hanno solidità neppure per chiacchiere da bar. Certo, qualche piccola certezza la storia ce l’ha consegnata, anche attraverso le migliaia di pagine dei dieci processi. Che il Veneto sia stato culla dell’eversione di destra di Ordine Nuovo e di quella singolare coppia di intellettuali che si chiamavano Freda e Ventura, l’uno che si trastullava con i timer e l’altro che confidava a un amico che “qualcosa di grosso” sarebbe potuto accadere, è stato scritto e riscritto. Ma non è stato sufficiente per esser giudicato prova di colpevolezza di autori di strage.

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E ci sono ancora persone convinte che qualche “pasticcetto” (come l’ipotesi della bomba dei buoni, il secondo ordigno del libro di Cucchiarelli) l’abbia combinato anche Valpreda, visto che i tanti magistrati che l’hanno giudicato sono ricorsi in gran parte ad assolverlo per insufficienza di prove. Invece, se c’è stata una testimonianza granitica fin dal primo momento a favore della sua estraneità è stata sempre quella della zia Rachele: io so che Piero è innocente, perché quel giorno era a casa mia a letto ammalato e non in piazza Fontana. Non è stata creduta, e anche questo è un fatto storico. Sono dunque stati inutili i tanti libri pubblicati in questi anni e i film e poi le commemorazioni e il ricordo dei tanti 12 dicembre fino a questo cinquantesimo? Assolutamente no. Tutti saremo in piazza, oggi. Per ricordare le vittime e per gridare che ci hanno ferito, ma che saremo sempre lì per impedire, nei limiti del possibile, che un’altra bomba ferisca ancora così la città di Milano e l’Italia intera. Solo per questo, senza esser depositari di nessuna “Verità”. Ma non è poco.