Come per un effetto ottico, quando ho visto le immagini dell’arresto di Massimo Bossetti, lui come un animaletto ferito, impaurito, e i suoi inseguitori che gridavano «prendilo prendilo!» mi è tornato alla mente un viso di tanti anni fa, quello di Pietro Valpreda. Storie e persone molto diverse. Se non altro perché uno, forse non colpevole, è stato condannato all’ergastolo, l’altro, sicuramente innocente, è stato assolto. Alla fine. Dopo diciotto anni di ingiustizie e tormenti. Un concetto non riesce a staccarsi dai mei pensieri: capro espiatorio. L’analogia qui comincia e qui finisce.

L’Italia della fine anni sessanta, quella con la democrazia cristiana sempiterna e anche con il movimento degli studenti e l’autunno caldo, fanno da sfondo alla sorte di un ragazzo di ringhiera un po’ anarchico e un po’ baùscia, cioè fanfarone, che sognava di fare il ballerino e a causa di un morbo che gli rallentava i movimenti si era dovuto adattare a confezionare lampade in stile Liberty, mettendo insieme pezzetti di vetro colorati. Una vita niente di che, che non gli sarà più restituita, dopo quel accadde a Milano in una bella piazza dietro al Duomo, che si chiamava piazza Fontana ed era sempre bagnata da tanti zampilli. Era il 12 dicembre del 1969, ore 16,30 quando ancora molti impiegati sono negli uffici, tranne chi lavora in banca, perché gli istituti di credito chiudono prima. In genere, tranne quel giorno alla banca dell’agricoltura di piazza Fontana, quando scoppiò la bomba e nella banca c’era tanta gente. La strage di piazza Fontana cambiò la storia di tutti noi, di noi giovani e del paese intero. E soprattutto quella del giovane anarchico Pietro Valpreda.

Ci eravamo conosciuti proprio lì in quella piazza, così come ci si conosceva tutti, in quegli anni. Il 28 novembre del 1968 c’era stata una grande manifestazione di studenti, che al termine era sfociata proprio lì, dove c’era un vecchio albergo, l’hotel Commercio, da tempo disabitato e la cui proprietà da un paio di anni era stata rilevata dal Comune. Il Commercio quel giorno fu occupato, nonostante il dissenso del Movimento studentesco guidato da Mario Capanna che avrebbe preferito un’invasione simbolica di palazzo Reale. Lo stabile divenne da quel momento una sorta di casa dello studente per i tanti ragazzi che venivano a Milano a frequentare l’università e a lavorare. L’occupazione ebbe una forte componente anarchica, di cui anch’io facevo parte. Quando, con una sorta di piccolo golpe estivo, il 19 agosto 1969, il Commercio fu sgomberato e immediatamente raso al suolo, ebbi persino un piccolo momento di gloria. Ma la mia mamma pianse mentre era al mare con le amiche aprendo l’Espresso con le sue lenzuolate nel vedere un’enorme foto che mi ritraeva seduta per terra con i lunghi capelli e il viso un po’ corrucciato mentre stringevo tra le ginocchia un megafono. L’immagine era stata scelta come simbolo dello sgombero di quel “covo di anarchici”. Le ruspe avevano annientato quello che era stato definito “un pugnale nel cuore della città” e che aveva dato parecchio fastidio alla giunta di sinistra del sindaco Aniasi.

Piero (nessuno di noi l’ha mai chiamato Pietro) era un anarchico vero e lo è stato fino all’ultimo giorno della sua vita. Non è mai stato serioso né intransigente come spesso erano all’epoca molti militanti politici. Lo si poteva incrociare all’hotel Commercio come al circolo della Ghisolfa o in giro per librerie. Era protetto da una famiglia a forte componente femminile molto solidale, il che non gli gioverà, quando tutti i suoi parenti saranno incriminati per falsa testimonianza perché avevano osato confermare il suo alibi quando fu arrestato e accusato di aver messo la bomba. La sua prima immagine dopo l’arresto è quella di un uomo stravolto e anche stupito, quando, davanti a una selva di flash, un fotografo lo aveva apostrofato in modo crudele: “Alza la capoccia, Mostro!”. Era stato battezzato. Ormai per tutti era il Mostro.

Dopo l’occupazione del Commercio era andato a vivere a Roma. Ma la sua famiglia era sempre a Milano. E saranno proprio loro, facendogli sapere tramite un avvocato di una convocazione per una testimonianza davanti a un giudice istruttore per un volantino anticlericale, a farlo decidere ad arrivare nel capoluogo lombardo proprio per il 12 dicembre. La convocazione in realtà era per il 9, inoltre la sorella di Valpreda che l’aveva ricevuta e firmata, non aveva saputo specificare di che cosa si trattasse, tanto che lui, un po’ spaventato, si era rivolto a un legale in quanto temeva di esser stato incriminato per vilipendio al papa.

La sua preoccupazione era tutta lì, un normale pensiero da anarchico anticlericale. Ma il clima era già pesante, poche ore dopo lo scoppio della bomba alla banca dell’agricoltura di Milano. I 17 morti e gli 88 feriti erano stati immediatamente messi in conto al mondo anarchico, anche se gli inquirenti in realtà non avevano in mente altri se non un mandante illustre, niente di meno che l’editore Giangiacomo Feltrinelli. Una pista che furono costretti ad abbandonare poi in gran velocità. Ma il vestito cucito addosso a Piero Valpreda ha avuto per un certo periodo successo proprio perché lui era un anarchico che non veniva difeso neanche dalla sinistra. Tanto che neanche il quotidiano comunista L’Unità gli riconobbe la dignità del suo essere “compagno”, visto che nella foto in cui lui appariva con il pugno chiuso il braccio veniva regolarmente moncato dalla censura di partito. Non fa parte del nostro album di famiglia, dicevano quei tagli nelle foto.

Mentre qualcuno metteva la bomba, Piero era a casa di zia Rachele, una prozia in realtà, quella che di più lo ha difeso con le unghie e con i denti. Anche perché era lei il suo alibi più solido. Il nipote, mentre in piazza Fontana scoppiava quell’inferno che nessuno di noi potrà mai più dimenticare, era proprio nella sua casa, a letto e mezzo influenzato. Non era lui l’uomo con la valigetta nera di cui parlò il tassista Rolandi e che sarebbe salito sulla sua auto in piazza Beccaria per percorrere cento metri e poi compiere l’attentato. Ammesso che quella persona sia mai davvero salita su quell’auto gialla. Ma i magistrati di Roma e Milano che si palleggiarono l’inchiesta, prima fecero una ridicola ricognizione di persona e infine costrinsero il tassista a una testimonianza a futura memoria prima della morte. Per poter incastrare Pietro Valpreda. C’è da domandarsi perché una persona così poco importante agli occhi delle istituzioni sia stata presa di mira in modo così pervicace. I casi sono solo due: o lui è stato solo un capro espiatorio preso per caso, oppure, visti i numerosi depistaggi e le frequenti smemoratezze che colpirono gli uomini delle istituzioni al processo di Catanzaro, altri, i veri responsabili, furono tenuti nascosti e protetti. Ma questo non possiamo saperlo perché per la magistratura quella strage non ha avuto colpevoli.

La mia amicizia con Piero Valpreda è nata qualche anno dopo, quando ero cronista giudiziaria al Manifesto ed entrai a far parte di un gruppo di giornalisti che dal primo momento avevano creduto alla sua innocenza. Abbiamo svolto un lavoro certosino, giorno dopo giorno, sugli atti processuali, senza che nessun magistrato ci passasse le veline come si usa oggi. Abbiamo studiato e scarpinato, come si dice a Milano. Nel 1972 il Manifesto ha anche tentato la carta elettorale, candidandolo capolista a Roma e svolgendo una campagna elettorale appassionata (ho avuto di nuovo l’occasione di usare il megafono per gridare “Valpreda è innocente, la strage è di Stato!”), ma purtroppo abbiamo mancato il quorum.

Piero è uscito da carcere grazie a una legge ad personam, con la quale si consideravano scaduti dopo un certo periodo i termini di custodia cautelare anche per i reati gravi come la strage. Ed è stato infine assolto al processo di Catanzaro e nei tre gradi di giudizio. In quegli anni era riuscito ad aprire un piccolo bar in corso Garibaldi, nella zona di Brera. Ed è stato lì, in quei giorni, che ho potuto conoscere meglio la persona, quello che era stato il suo pervicace ottimismo, ma anche le sue malinconie. Ero diventato un simbolo, diceva, mi hanno appiccicato addosso un’etichetta, ma dei miei sentimenti non importava niente a nessuno. Non aveva acrimonia. Raccontava la sua vita così, come se tutto fosse stato, in un modo assurdo, “normale”. I suoi sentimenti stavano in quel recinto di persona come le altre.Ma anche uno che sognava l’anarchia, la libertà, l’antiautoritarismo. Ero diventato ballerino, mi diceva, perché dopo la guerra ascoltavo la musica americana e mi ero messo a ballare il boogie-woogie. Il momento più emozionante, raccontava, era stata la nascita del figlio, che aveva voluto chiamare Tupac come un condottiero rivoluzionario peruviano.

Piero Valpreda è morto a Milano nel 2002, nella sua modesta casa di corso Garibaldi. Negli ultimi tempi scriveva gialli in collaborazione con il giornalista Piero Colaprico. Un’attività imprevista e lontana da lui. Ma non dalla sua vita come gli era stata cucita addosso. Per caso o per complotto?