Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento Europeo e esponente riformista del Partito Democratico, celebra il passaggio di fase a Budapest.

L’Ungheria deve ora attraversare una vera transizione per passare dallo status di “democratura” a quello di democrazia piena?
«La volontà popolare si è espressa chiaramente, riconoscendo all’alternativa di Magyar un consenso ampio e cristallino. Non sarà semplice: sedici anni di potere di Orbán hanno segnato profondamente il Paese. La Costituzione è stata modificata, incidendo su libertà di stampa, diritti civili e welfare. Ora Magyar dovrà riportare l’Ungheria dentro lo Stato di diritto. Occorre essere fiduciosi e non lasciare solo il popolo ungherese: non c’è combinazione più forte dell’unione tra mandato popolare e sostegno delle istituzioni europee».

La vittoria di Magyar cambia i rapporti tra Budapest e Bruxelles: possiamo parlare di un rientro pieno dell’Ungheria nel perimetro europeo?
«Parliamo innanzitutto del fallimento della manovra a tenaglia che si era stretta sull’Europa, da una parte Putin e dall’altra Trump. Il popolo ungherese ha compreso che essere il braccio meccanico di quella tenaglia non era autonomia ma sottomissione. È una lezione anche per l’Europa: sullo Stato di diritto non esiste compromesso. Cedere sulla democrazia liberale significa cedere anche su politica estera e sicurezza. Orbán non è stato un semplice bug di sistema, ma un vero e proprio virus immaginato e sostenuto per infettare le nostre democrazie».

Senza il veto ungherese, si apre uno spazio concreto per superare il principio dell’unanimità in Consiglio? È il momento politico giusto?
«Il momento politico è aperto da tempo, ma serve realismo. Il freno non proveniva solo dall’Ungheria: affonda nelle ambiguità dell’Europa, troppo forte per essere solo un mercato, troppo debole per esprimere sovranità in un contesto internazionale che calpesta il diritto. Oggi siamo più forti, abbiamo fatto un passo avanti, ma spetta ai Paesi fondatori, tra cui l’Italia, imprimere un’accelerazione».

Se l’unanimità venisse superata, quali dossier potrebbero sbloccarsi subito?
«Si sbloccherebbe il funzionamento stesso dell’Unione, più di ogni singolo dossier. Fino ad oggi, con saggezza e a trattati invariati, siamo riusciti a stabilire coordinate comuni, a partire dal sostegno all’Ucraina. Ma è evidente che questi sforzi non sono più adeguati alle sfide attuali. I tempi sono maturi per una riforma complessiva. L’Italia dovrebbe essere in prima fila, invece guarda dal loggione, denunciando i burocrati senza assumersi la responsabilità di cambiare davvero».

Il caso ungherese dimostra che l’Europa può correggere le sue derive attraverso il voto?
«I cicli elettorali incidono, ma sarebbe un errore considerare conclusa la stagione dei sovranisti e dei populisti, a destra come in parte a sinistra. È ancora una forza capace di condizionare e si insidia nei limiti di un processo di integrazione incompiuto, rendendolo vulnerabile dall’interno, anche grazie alla propaganda putiniana. L’Italia rischia di essere il ventre molle di questa campagna di disinformazione. Domenica è stata una buona giornata per l’Ungheria e per l’Europa, ma la strada è tutt’altro che conclusa».

Quanto pesa, in questa svolta, il logoramento del rapporto tra Orbán e Putin? Possiamo parlare di un colpo strategico per Mosca?
«Tra Orbán e Putin non c’era un rapporto, ma un asservimento. Il Cremlino ha sempre considerato l’Ucraina parte del proprio territorio e l’Ungheria un satellite della propria orbita. In Ucraina ha trovato la resistenza del popolo ucraino, in Ungheria il voto del popolo ungherese. Entrambi nel segno dell’Europa. Sì, è un colpo, anche per i putinisti ed euroscettici di casa nostra: Putin non arretra per attendere il generale inverno, arretra perché sta perdendo».

Con Budapest riallineata, l’Unione Europea può rafforzare il suo sostegno all’Ucraina senza ambiguità e frenate interne?
«Non è mai stato in discussione. Oggi è ancora più forte e più chiaro».

La nuova leadership ungherese potrà incidere sugli equilibri del Parlamento europeo e sul ruolo del PPE nella prossima legislatura?
«Il voto consegna ai popolari una responsabilità supplementare: interrompere ogni ambiguità con i sovranisti. Negli ultimi tempi se ne sono viste troppe. Anche le forze progressiste e liberali devono interrogarsi su come rilanciare una coalizione europea apparsa stanca e troppo condizionata dalle dinamiche nazionali. Se non puntiamo davvero all’Europa federale, cambieranno i nemici ma non le soluzioni».

Esiste oggi una convergenza possibile tra popolari, socialisti e liberali per accelerare l’integrazione europea?
«In Parlamento europeo la convergenza è già solida. La fragilità è nei governi nazionali, spesso espressione di quelle stesse famiglie politiche. Servono soggetti politici compiutamente transnazionali e federali. L’Europa non può essere un capitolo dei programmi nazionali: deve diventare il luogo della loro iniziativa politica».

Come riflesso italiano, che segnale arriva? ?
«In Italia si è sempre costretti a fare la tara tra ciò che dovrebbe essere e ciò che è. Il dibattito pubblico resta inquinato da polarizzazione e provincialismo. La prima riflessione dovrebbe spettare a chi ha sostenuto Orbán, cioè il governo: un errore di politica estera dettato dall’ideologia più che dalla postura di un grande Paese europeo. Hanno immaginato Roma come capitale dell’internazionale sovranista, si ritrovano provincia di Mar-a-Lago. La lezione è chiara: non si può tenere insieme tutto — atlantismo e putinismo, europeismo e sovranismo, populismo e responsabilità di governo».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.