Quarant’anni domani. Prima che evento diventasse qualsiasi cosa: da una colazione a una passeggiata al Lungomare a un aperitivo con gli amici. Non c’erano i social e non c’erano gli smart-phone. C’erano però 100mila persone. E quindi 100mila testimoni di un’occasione unica che oggi – per quelli che c’erano ma anche per quelli che non possono nemmeno ricordarlo – suscita un po’ di nostalgia. Bob Marley suonava al San Siro di Milano il 27 giugno 1980. E ad aprire il suo concerto c’era un giovane Pino Daniele. Due artisti che hanno segnato un’epoca – e forse pure quelle successive – e che in comune avevano molto di più di quello che si potesse immaginare.

Lo stadio era pieno. Caldo torrido, a chiovere era solo l’acqua sparata dagli idranti sulla folla. E canne: un sacco d’erba che nemmeno il prato del campo di gioco. Così ha raccontato nel corso degli anni chi c’era. L’attesa era tutta per il re del reggae. Aveva 36 anni e con i The Wailers aveva da poco pubblicato Uprising. Pietra miliare della sua discografia con pezzi come Could you be loved e Redemption song. Era già un divo in tutto il mondo. Pino Daniele aveva 25 anni e aveva pubblicato quello che secondo molti è il suo capolavoro: quel Nero a metà dedicato a Mario Musella, la voce del neapolitan power e degli Showmen scomparsa poco tempo prima della pubblicazione del disco. “Si’ gruoss” pare che disse Daniele a Marley che a Milano, secondo molti, tenne quel giorno il suo concerto grande.

Durante lo stesso tour, a New York, l’uomo che aveva portato il reggae su un altro pianeta ebbe un collasso mentre faceva jogging. Il melanoma all’alluce che si era procurato qualche anno prima giocando a pallone si era diffuso in tutto il corpo. Morì nel maggio del 1981. Ebbe funerali di stato con riti etiopici e rastafariani. Fu sepolto con la sua chitarra, un pallone da calcio, una pianta di marijuana, una Bibbia e un anello regalo del principe etiope Asfa Wossen. Pino Daniele morì nel gennaio del 2015 per un infarto. E intanto passava così un altro pezzo di novecento, e con lui nuje e s’acconcia o tiempo, cantava l’uomo in blues partenopeo.

Con la loro musica portarono alleria e i mille colori delle loro terre molto lontano dalle loro terre. Era questo a unire due artisti che dalla tradizione evolsero dal cliché fino a esplodere nella sperimentazione e nella modernità. Kingston divenne una capitale della musica mondiale con Robert Nesta Marley. E Daniele traghettò una carta sporca e lazzari felici in una nuova era della musica napoletana influenzando non pochi artisti anche fuori dalla Campania. Lo raccontò meglio di tutti Lorenzo Jovanotti – in un lungo post dopo la morte del suo amico napoletano – scrivendo che “Pino Daniele è per Napoli quello che Bob Marley è per la Jamaica” perché “Napoli si riconosceva in Pino Daniele, l’artista che aveva saputo valorizzarla non attraverso le sue maschere ma partendo dalla realtà e dalla poesia, l’uomo che l’aveva liberata dagli stereotipi, che l’aveva portata nella modernità senza perderci in cultura e in umanità“.