E alla fine è arrivata. Otto anni dopo il crollo del Ponte Morandi, il Tribunale di Genova ha scritto una pagina destinata a entrare nella storia giudiziaria del Paese. Una decisione che, alla luce dell’imponente istruttoria dibattimentale e delle prove raccolte, aveva tutto il sapore di una condanna annunciata.

La sentenza è stata pronunciata ieri dal collegio della Prima sezione penale del Tribunale di Genova, presieduto da Paolo Lepri, con a latere i giudici Ferdinando Baldini e Fulvio Polidori. A sostenere l’accusa sono stati i pubblici ministeri Walter Cotugno e Marco Airoldi, subentrato nel corso del dibattimento a Massimo Terrile. Il risultato è netto: nessuna assoluzione tra gli ex vertici di Autostrade per l’Italia e della controllata Spea. In totale sono 32 i condannati, per pene che sfiorano complessivamente i 180 anni di carcere, oltre a maxi risarcimenti.

La pena più pesante riguarda l’ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, l’ingegnere Giovanni Castellucci, condannato a ben 12 anni di prigione. Undici anni sono stati inflitti a Michele Donferri Mitelli, storico responsabile delle manutenzioni di Aspi; 8 anni e 6 mesi all’ex direttore generale Riccardo Mollo; 7 anni a Mauro Malgarini, responsabile dell’ufficio manutenzione opere strutturali; 6 anni ciascuno a Gabriele Camomilla, Emanuele De Angelis e Maurizio Ceneri; 5 anni e 6 mesi a Paolo Berti. Condannato anche Mauro Coletta, all’epoca direttore della vigilanza sulle concessioni autostradali del Ministero delle Infrastrutture, a 5 anni di reclusione. Tra le poche assoluzioni figura quella dell’ex provveditore alle opere pubbliche Roberto Ferrazza.

Si chiude così il primo grado del processo nato dal crollo del 14 agosto 2018, quando il cedimento della campata centrale del viadotto sul Polcevera provocò 43 morti e centinaia di sfollati. Le motivazioni saranno depositate fra 90 giorni ma il dispositivo racconta già molto. Il Tribunale ha accolto l’impianto della Procura, secondo cui il disastro non fu il frutto di un evento imprevedibile né di una tragica fatalità. Al contrario, sarebbe stato il punto di arrivo di una lunga sequenza di omissioni, sottovalutazioni e ritardi negli interventi di manutenzione, mentre gli allarmi tecnici sul progressivo degrado della struttura si accumulavano. In altre parole, i magistrati non hanno individuato un singolo errore, ma una responsabilità diffusa nella gestione dell’infrastruttura, attribuendo ai vertici aziendali il dovere di garantire la sicurezza del ponte.

I numeri del processo

A nulla sono quindi valse le prove della difesa, in particolare di Castellucci, che avevano più volte sottolineato l’esistenza di un vizio occulto nella costruzione del ponte. Castellucci, fra l’altro, dopo anni di inerzia quando il ponte era gestito dallo Stato, si era subito attivato per le operazioni di ripristino. Ma non solo: tutti i tecnici interpellati avevano certificato che il ponte fino al 2030 non avrebbe avuto bisogno di nessun intervento straordinario. Il dibattimento, iniziato il 7 luglio 2022, si è sviluppato in 284 udienze. Sono stati ascoltati 282 testimoni, esaminati 12 imputati, coinvolte 214 parti civili e raccolti oltre 12 terabyte di documentazione, tra fotografie, video, consulenze e atti tecnici. La memoria conclusiva della Procura superava le 5.000 pagine, mentre gli atti processuali hanno riempito centinaia di faldoni.

La responsabilità di posizione

Profonda delusione da parte della difesa dell’ex amministratore delegato. Gli avvocati Giovanni Paolo Accinni, Guido Carlo Alleva e Sarah Bignazzi hanno definito la decisione “erronea”, sostenendo che il processo rischia di introdurre nell’ordinamento una sorta di “responsabilità di posizione”, incompatibile con il diritto penale moderno. “La criminalizzazione dell’amministratore delegato non può rappresentare la risposta a una tragedia tanto complessa”, hanno aggiunto. Un qualcosa di già visto con Mauro Moretti.
Di tutt’altro tenore le reazioni dei familiari delle vittime. Egle Possetti, presidente del Comitato Ricordo Vittime Ponte Morandi, ha espresso soddisfazione soprattutto perché il Tribunale ha riconosciuto l’aggravante dell’omicidio stradale, circostanza destinata ad allungare sensibilmente i termini della prescrizione. Quanto ai dodici anni inflitti a Castellucci, il suo commento è stato: “Per lui va bene”.

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Giornalista professionista, romano, scrive di giustizia e carcere