La “vergogna” rispetto alla propria nascita sembra per Anders riferirsi solo ai limiti dell’umano, a una corporeità imperfetta e perciò da controllare e ricreare artificialmente. Con più attenzione alla natura sessuata dell’umano, scrive André Gorz: «Il rifiuto dell’esistenza corporale, della finitezza, della morte, esprime il progetto di essere fondamento di sé con l’odio sprezzante della natura e della naturalità della vita; con il rifiuto di essere nato dal corpo di una donna…» (A. Gorz, L’immateriale. Conoscenza, valore e capitale, Bollati Boringhieri 2003). Gli uomini conoscono il corpo femminile che li ha generati nel momento della loro maggiore dipendenza e inermità. Quanto può aver contato nel riservare a sé la ragione ordinatrice del mondo, fino a farsi sottomettere dalle cose che hanno prodotto, quel rapporto originario con la potenza materna? A che cosa fa pensare quel “vampiro benevolo” che, secondo Sardin, sta divorando la società tecnologica, pronta a «rassicurarci, accudirci, gratificarci, cavandoci contemporaneamente il sangue»? «Il potere-kairos (…) il suo scopo è quello di proteggerci, farsi carico della nostra igiene e del nostro benessere, sollevarci dalle fatiche, distrarci (…) gestire le nostre paure, le nostre angosce, le nostre mancanze».

Forse non è un caso che, di fronte all’accelerazione tecnologica verso un’intelligenza artificiale che assorbe e sostituisce le più essenziali relazioni umane – per esempio i “robot da compagnia” all’interno di ospedali e case di riposo -, ma anche all’emergere di una violenza selvaggia, come nel caso dei femminicidi, si torni a parlare di vulnerabilità e fragilità maschile, di rifiuto e diniego rispetto alla sofferenza e alla morte. Dietro la facile etichetta del “post-umano”, applicata a cambiamenti di cui quasi mai vengono indagate le ragioni profonde, si può pensare che ci siano vicende essenziali dell’umano considerate “impresentabili”, per le quali è il racconto delle esperienze individuali a poter dare voce. «Prima di ipotizzare un’oltranza rispetto all’umano – scrive Franco Rella – bisognerebbe essersi imbattuti nell’inumano. A farci entrare nel non-umano è la forza della guerra, dell’assoggettamento, della schiavitù, delle necessità materiali e della depressione». È soprattutto la consapevolezza della morte, «quel verme del niente» che «si muove dentro di noi e occupa a volte tutto l’orizzonte del nostro pensiero». (F. Rella, Territori dell’umano, Jaca Book 2019). Ancora una volta, tuttavia, passa sotto silenzio quella morte in vita che è toccata alla donna, considerata per secoli un umano inferiore.