Il mercato dei prodotti accessori ai tabacchi da fumo (PAT) torna al centro del dibattito economico e fiscale con un elemento che negli ultimi anni era rimasto sottotraccia, ma che oggi emerge con maggiore chiarezza: l’asimmetria regolatoria tra imposizione fiscale e controllo della filiera sta generando effetti distorsivi rilevanti, sia sul piano della concorrenza sia su quello del gettito. È in questo contesto che si inserisce la posizione di Assopat, l’associazione che rappresenta gli operatori del comparto che, sulla base di uno studio del Policy Observatory della Luiss, lancia un allarme destinato ad avere ricadute anche nel confronto più ampio sulle politiche fiscali indirette.

Il dato più significativo è quello relativo allo spostamento della domanda: tra il 35% e il 37% dei consumatori si starebbe ormai orientando verso canali alternativi alle tabaccherie per l’acquisto di cartine e filtri, alimentando un mercato parallelo che sfugge in larga parte ai meccanismi di controllo e imposizione. Si tratta di una dinamica che non può essere letta come semplice fenomeno di consumo, ma come conseguenza diretta di un impianto normativo che, secondo l’associazione, ha prodotto una “zona grigia” in cui l’eccesso di tassazione si combina con l’insufficienza dei presidi di controllo, generando un incentivo strutturale all’evasione. Il nodo, dal punto di vista economico, è che il mercato degli accessori ai tabacchi presenta caratteristiche peculiari rispetto ad altri comparti soggetti a fiscalità indiretta: si tratta di prodotti a basso valore unitario ma ad alta rotazione, per i quali anche piccoli differenziali di prezzo possono spostare rapidamente i comportamenti di acquisto verso canali non regolati. In questo senso, l’imposta di consumo introdotta con la Legge di Bilancio 2020 ha finito per produrre un effetto opposto rispetto a quello atteso, comprimendo la domanda nel circuito legale senza riuscire a intercettare quella che si sposta verso l’informalità.

Le conseguenze sono doppie: da un lato si riduce il fatturato della rete ufficiale di vendita e della filiera produttiva, dall’altro si erode il gettito fiscale, in un paradosso che è tipico di sistemi impositivi sbilanciati. Non è un caso che Assopat quantifichi in termini rilevanti il peso economico del comparto, con un miliardo di euro di fatturato complessivo e circa 100mila addetti, sottolineando come la perdita di quote di mercato verso il sommerso abbia un impatto diretto non solo sulle imprese ma sull’intero sistema economico. In questa chiave, la richiesta avanzata dall’associazione si inserisce in un filone più ampio di riflessione sulla qualità della fiscalità, dove il tema non è soltanto il livello delle imposte ma la loro coerenza con la struttura dei mercati. Secondo Marco Fabbrini, presidente di Assopat, è auspicabile che le istituzioni competenti accolgano le direttrici di intervento individuate dall’Osservatorio della Luiss, basate su tre pilastri: la revisione dell’imposta di consumo, il rafforzamento dei presidi lungo la filiera attraverso depositi fiscali o sistemi equivalenti e l’adozione di codici identificativi univoci per i prodotti. Tali raccomandazioni vengono quindi trasformate in una richiesta di intervento legislativo: «È necessario – spiega il presidente – correggere le criticità strutturali nate con la Legge di Bilancio 2020. Siamo pronti a confrontarci con le Istituzioni per collaborare alla definizione di un quadro normativo più equilibrato, capace di ristabilire una sana competitività e, al contempo, tutelare le finanze pubbliche e le imprese che operano nel rispetto della legalità».

Si tratta di un approccio che richiama da vicino le logiche già adottate in altri settori regolati, dove tracciabilità e presidio della filiera sono diventati elementi centrali per garantire sia la concorrenza sia il gettito. Più in generale, il caso degli accessori da fumo rappresenta un laboratorio interessante per osservare gli effetti delle politiche fiscali in un contesto di crescente frammentazione dei canali di vendita, dove la digitalizzazione e la diffusione di punti vendita non tradizionali rendono più complesso il controllo e più rapido lo spostamento della domanda. In questo scenario, la posizione di Assopat non si limita a una richiesta di tutela settoriale, ma apre una questione più ampia: quella di un sistema fiscale che, se non calibrato correttamente, rischia di penalizzare gli operatori compliant e di incentivare, anche involontariamente, l’espansione dell’economia sommersa.