Sebbene il presidente turco abbia manifestato la sua disponibilità a ricucire i rapporti con la controparte siriana, il percorso verso la riconciliazione è pieno di insidie. Mercoledì il leader russo Vladimir Putin ha ospitato a Mosca il suo omologo siriano, Bashar al-Assad, per colloqui sui rapporti bilaterali e sulla situazione in Medio Oriente che sta diventando sempre più tesa.

Il colloquio

Il focus dell’incontro è stato la Siria, dove dal 2015 Mosca – nella guerra civile che ancora imperversa – è impegnata sul terreno con l’Iran al fianco di Assad. Putin si è soffermato sulle “promettenti opportunità per le relazioni economiche e commerciali tra Siria e Russia”. Da parte sua Assad ha messo in evidenza le difficili sfide che le relazioni russo-siriane hanno dovuto affrontare negli ultimi decenni, ma ha osservato che i due paesi sono sempre riusciti a superarle basandosi sulla “fiducia reciproca e sulla credibilità”. L’incontro però aveva un obiettivo preciso: avviare colloqui diretti tra alti funzionari turchi e siriani per la riconciliazione tra i due vicini nemici. I rapporti tra Ankara e Damasco si erano interrotti nel 2011 in seguito all’inizio della guerra civile in Siria. Il governo turco intendeva rovesciare Assad alleandosi e sostenendo le milizie antiregime anche in funzione anticurda. Ankara controlla dal 2016 parte della Siria settentrionale – dove vivono molti oppositori del regime di Damasco – e ospita più di 3 milioni di rifugiati siriani. Vi è un grosso scoglio da superare: Assad non intende andare avanti nella riconciliazione senza la garanzia del totale ritiro dell’esercito turco dalla Siria nordoccidentale e la fine del suo sostegno alle numerose milizie arabe-sunnite che Damasco considera terroristiche.

Gli assalitori

La Russia e l’Iran non vogliono che la presenza di Ankara si strutturi ulteriormente nel Nord della Siria dove il presidente Erdoğan intende trasferire gran parte della popolazione siriana che ospita sul proprio territorio. Ad Afrin, nel Nordovest del paese, come nell’area di al-Bab e Jerablus, Ankara ha creato di fatto un’amministrazione turca costruendo le infrastrutture necessarie per il trasferimento di almeno un milione di rifugiati siriani di cui Damasco non vuole il ritorno perché quella popolazione è ideologicamente contraria al suo regime. I recenti attacchi della popolazione locale siriana alle infrastrutture gestite dai turchi, in risposta alle aggressioni subite dai rifugiati siriane in diverse città della Turchia, erano con tutta evidenza organizzati e mirati. Gli assalitori hanno preso di mira camion commerciali e infrastrutture costruite dai turchi, quali uffici postali, ospedali e basi militari. Comprese quelle nella provincia di Idlib, dove vi è ancora il controllo di forze ribelli fondamentaliste come la filo al-Qaida Hayat Tahrir El-Şam (HTŞ), di fatto protetta da Ankara nonostante che gli accordi di segno contrario stabiliti con Mosca. Ad Afrin persone armate e mascherate sono state viste arrivare in motocicletta nei pressi dell’ufficio del governatore e valichi di frontiera di Bab al-Salam a nord di Azaz e di Aleppo inscenando proteste contro la presenza di militari turchi e dando alle fiamme la bandiera della Turchia.

La riconciliazione

La riconciliazione di Ankara con Damasco è un obiettivo perseguito ardentemente da diverso tempo da Mosca, che chiede insistentemente ai due vicini di rispolverare il vecchio accordo di Adana del 1999 sulla sicurezza dei confini. Mosca spinge Ankara a riconciliarsi con Damasco su questa base. Ma i siriani vogliono rovesciare il regime o almeno ottenere pieno riconoscimento e il rispetto dei loro diritti attraverso la Risoluzione Onu 2254 e vedono un eventuale accordo di Erdoğan con Assad come un tradimento e per questo si starebbero registrando tali rivolte. Diversi osservatori sospettano che a istigare i rivoltosi vi sia la mano del Cremlino. I sospetti sono stati alimentati da account Telegram russi che hanno diffuso in Rete in modo provocatorio le rivolte anti rifugiati che si sono registrate in diverse città turche, appellando gli autori delle aggressioni alle abitazioni e agli esercizi commerciali siriani come “fascisti turchi” e dall’altro venivano definiti come “invasori, ottomani che dovevano andare via dalla Siria” i soldati turchi presenti nel paese. Diversi canali Telegram e diverse tv trasmettevano dall’Europa e dal Libano, e presentavano queste rivolte come un’operazione contro la normalizzazione del regime di Damasco con la Turchia. La Siria settentrionale presenta a Erdoğan ulteriori sfide, in particolare con la Russia post-invasione dell’Ucraina, che potrebbe voler complicare le cose a Erdoğan che resiste nella sua intenzione di rimanere nella regione.

Il ritiro delle truppe

Nell’animo di Erdoğan e dei nazionalisti turchi alberga la radicata convinzione che la presenza militare turca nell’ex geografia ottomana sia un diritto sancito dalla storia. Il leader turco pensa di poter normalizzare l’occupazione della Turchia in Siria e riabbracciare Assad su questa base. Ma il dittatore di Damasco chiede il ritiro delle truppe turche e la fine del sostegno ai gruppi armati che vogliono rovesciarlo. Putin sin dal 2015 – per tutti questi anni di conflitto in Siria – ha accolto Erdoğan nel trio di Astana, e lo ha fatto quando la Russia aveva il sopravvento nelle relazioni con Ankara, ma ora non è più così, la situazione è cambiata: la guerra in Ucraina ha consentito alla Turchia di avere un grande peso contrattuale nei riguardi di Mosca e dunque per questo motivo il leader russo potrebbe essere spinto a rendere la vita difficile ad Ankara in Siria, se non vi dovesse l’auspicata riconciliazione prima di una possibile vittoria di Trump alla Casa Bianca.