Luchino Visconti preparò a lungo la sua «Recherche» proustiana che però non realizzò mai: «Per il Narratore avrei pensato ad Alain Delon. Naturalmente bisognerà renderlo un po’ meno aitante, più esile e sofferente. Molti obbietteranno che è troppo avvenente ma, a parte il trucco, che può fare molto (basta pensare al 40enne Bogarde nella parte del maturo Aschenbach), io penso che non si possa reggere un film del genere con un protagonista privo di fascino fisico»

Non lo sanno in molti, ma il grande regista del «Gattopardo» avrebbe voluto ancora una volta il caro Alain Delon, che ci ha lasciato pochi giorni fa e al quale dedichiamo qui questo piccolo spazio per la figura del Narratore de «Alla ricerca del tempo perduto». L’Io narrante della clamorosa opera di Marcel Proust, «colui che dice “je”», come dicono i proustologi raffinati, perché non è chiaro se – e se sì in che misura – il Narratore sia realmente Marcel. Questo è uno dei tanti dilemmi della critica proustiana: in 5mila pagine, solo una volta il Narratore viene chiamato (dalla desideratissima Albertine) «Marcel», e la cosa è un po’ inquietante.

Di certo Visconti leggeva la «Recherche» come l’ultimo grande romanzo ottocentesco più che come il primo grande romanzo del Novecento; e il film che non vide mai la luce sarebbe stato in qualche modo il terzo capitolo del decadentismo tra «Il Gattopardo» e «Morte a Venezia», facendo del Narratore un bellissimo damerino e poi immaginoso intellettuale tra salotti, teatri, dipinti, ombrellini sulla spiaggia normanna, conversazioni aristocratiche: chi, dunque, meglio del fascinosissimo Delon?

Il Maestro aveva impostato il progetto e approvato la sceneggiatura di Suso Cecchi D’Amico, soggiornato nei mitici luoghi proustiani, parlato a lungo con la nipote di Marcel, restandone però deluso, aveva infine creduto di aver trovato la strada sempre impervia dei finanziamenti e pensato a un cast eccezionale: Delon certo, ma persino Marlon Brando nella parte del terribile Barone di Charles, Jeanne Moreau come Odette, e avrebbe addirittura ipotizzato una clamorosa rentrée di Greta Garbo, la Divina, anche se per una piccola parte. Non se ne fece nulla, troppe difficoltà, Visconti già pensava ad altri progetti (se non andiamo errati, a «Ludwig»).

Alain Delon però avrebbe ugualmente incontrato Proust in un film non memorabile di Volker Schlöndorff, «Un amore di Swann», anch’esso con un grande cast (anche se Odette avrebbe meritato qualcosa di più importante di Ornella Muti), e Alain si ritrovò a interpretare – lui così meravigliosamente fine – il tenebroso Charlus, quello che nel film viscontiano avrebbe dovuto avere il volto di Marlon Brando. L’incontro tra Marcel Proust e Alain Delon dunque ci fu, ma Visconti avrebbe fatto di meglio. Peccato.