Ci sentiamo soffocati dalla democrazia, scrive il filosofo francese Geoffroy de Lagasnerie in questo agevole saggio, “L’anima nera della democrazia” (traduzione di Eusebio Trabucchi, L’Orma editore). È da tale inquietudine che prende le mosse questo libro che non appartiene alla tradizione reazionaria, né indulge alle nostalgie autoritarie. Al contrario: nasce dentro la cultura progressista e ne denuncia il limite più profondo, l’incapacità di immaginare un orizzonte diverso da quello della democrazia liberale, come se la storia avesse davvero pronunciato la sua ultima parola.

La provocazione intellettuale del filosofo francese è radicale. Non denuncia la “democratura”, cioè la deformazione autoritaria della democrazia. Mette invece sotto accusa il suo principio fondativo: la regola della maggioranza. Perché una maggioranza, osserva, può decidere anche l’ingiustizia, trasformando il voto in uno strumento di dominio anziché di emancipazione. Così la democrazia rischia di ridursi a una mera procedura, impeccabile nella forma ma muta davanti alla sostanza del bene e della giustizia. È un manifesto, quelli di de Lagasnerie, che demolisce il principio di maggioranza in nome del quale i governi e i Parlamenti possono imporre il loro volere a tutti. Infatti, diversi governi democratici hanno portato e portano a risultati catastrofici: e si citano, invero un po’ alla rinfusa, Javier Milei e Tony Blair, Bolsonaro e Giorgia Meloni, e certamente Trump e Putin.

In questo scorcio del XXI secolo «ci troviamo in una sorta di impasse, attraversati al tempo stesso che le cose cambino e da una incapacità di immaginare la modalità di tale cambiamento», scrive. La democrazia appare all’autore più come un sistema di procedure astratte che non un meccanismo realmente a favore dei bisogni umani: forma, non sostanza. Si cita Simone Weil: «Se, invece di Hitler, la Repubblica di Weimar avesse deciso attraverso le vie più rigorosamente legali e parlamentari di mettere gli ebrei nei campi di concentramento e di torturarli con raffinatezza fino alla morte, non avremo avuto un atomo di legittimità in più di quanto non ne abbiano attualmente». Un paradosso, certo. Per dire che il meccanismo formale non è tutto. Però, si può obiettare, c’è una sostanza morale nella democrazia: e infatti va detto che Weimar gli ebrei non li sterminò.

Quale rimedio? Il filosofo francese propone di «adottare una forma di vitalismo, di tutela delle forze della vita e dei corpi contro la morte prematura, la morte, lo sfruttamento, la contaminazione… come possibile base di una politica progressista fondata su nuovi principi». È un’idea che affascina, perché sottrae la libertà al semplice gioco dei numeri: tutto ciò che andasse contro quei principi, anche se disposto da una maggioranza, sarebbe illegittimo.

Ma chi lo decide? Ecco che si torna nella difficoltà – v’incappò persino Rousseau – di rendere concreta l’idea di una vera democrazia non formalistica. «Bisogna decentrare il potere – scrive de Lagasnerie – farne uno spazio vincolato e sottoposto ad altre razionalità», cioè immaginare un “luogo” che controlli e limiti il Potere evitando che il vincitore comandi e imponga la legge del più forte giacché la democrazia si trasforma inevitabilmente in un gioco di oppressione: sta qui la sua «anima nera» da cui bisogna divincolarsi in nome di valori assoluti di vita e libertà.