Per una settimana intera gli intellettuali armigeri della sinistra e la nuova classe di intellettualoidi armati di smartphone che opera sulla piazza social ci hanno ripetuto che se per qualcuno il 25 aprile ha un significato divisivo allora quel qualcuno “è un fascista”. Ma il problema è ben più complesso e non può essere risolto come sperano costoro con l’applicare etichette di “fascismo” a chiunque ponga legittimi dubbi su ciò che negli ultimi anni il 25 aprile è diventato.

Perché una cosa è il dibattito culturale e storico su ciò che è avvenuto tra il 1943-1945 (e ben dopo il 25 aprile) durante quella che è stata una guerra civile che ancora oggi tanti a sinistra faticano a riconoscere come tale, con il relativo riconoscimento storico di quei giovani italiani che hanno scelto la via di Salò, per motivi diversi da coloro che scelsero la resistenza o per le stesse ragioni, ma declinate in maniera nettamente antitetica. Altra cosa è l’appropriazione storica delle celebrazioni del 25 aprile da parte di gruppi di sinistra estrema che per anni spalleggiati dai partiti maggiori hanno gradualmente spogliato “la festa della Liberazione” dal suo significato originario.

Si è istituito nei fatti un tribunale di Efori, che stabilisce chi possieda o meno la patente di antifascismo con i punti necessari per potervi partecipare senza rischiare di essere insultato o malmenato. Ciò ha reso la celebrazione del 25 aprile la negazione stessa dei principi della resistenza, a partire da quella pluralità di culture politiche che componeva il Comitato Nazionale di Liberazione. Tutti gli esponenti politici non omologati diventano oggetto di ingiurie e violenze da parte di quelli che Giampaolo Pansa definiva “i gendarmi della memoria” e che sono oggi la fonte primaria della regressione civile e culturale nel nostro paese. Gli artefici di quella intolleranza diffusa che ha distrutto lo spirito del 25 aprile e della Costituzione, la stessa di cui quotidianamente si riempiono la bocca senza in verità conoscerla.

La già drammatica condizione che negli ultimi trent’anni ha visto degenerare il giorno in cui libertà e tolleranza dovrebbero essere innalzati come cardini di una società democratica, nella giornata dell’odio e dell’intolleranza, si è andata aggravando con l’ingresso nelle piazze di simboli e tematiche lontane dal senso di quella giornata. Non è una novità che nelle piazze del 25 aprile, nei cortei e nelle manifestazioni sia da tempo impossibile veder sfilare la Brigata Ebraica, eppure mentre i vertici palestinesi facevano alleanze con i nazisti e il Gran Mufti incontrava Hitler, gli ebrei palestinesi e europei scampati alla ferocia nazista lottavano per la libertà con gli alleati, o i rappresentanti di quei partiti di centrodestra eredi di quelle realtà politiche che hanno fatto la resistenza e la nuova Italia repubblicana, o gli stessi radicali, aggrediti a Roma perché brandivano le bandiere dell’Ucraina. Ecco cos’è diventato il 25 aprile, ecco come lo hanno reso divisivo nei fatti, ostaggio di frange estreme, violente, antisemite, piene di odio e risentimento, troppo spesso coccolate e legittimate da chi da sinistra avrebbe dovuto condannarli, isolarli e etichettarli per quello che sono, solo dei violenti, nemici della libertà e della democrazia.

L’unica speranza è che la vergogna del 25 aprile 2026 apra gli occhi su come è stato trasformato un giorno fondamentale nella storia italiana. Speriamo lo capiscano soprattutto i più giovani che nei licei e nelle università vivono a contatto con queste realtà e con la loro dottrina di odio e antisemitismo spacciato per antisionismo, speriamo che capiscano che ogni anno dovrebbe essere l’occasione per fare un passo in avanti e non un passo indietro nella nostra coscienza civile.

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Nato nel 1994, esattamente il 7 ottobre giorno della Battaglia di Lepanto, Calabrese per grazia di Dio e conservatore per vocazione. Allievo non frequentante - per ragioni anagrafiche - di Ansaldo e Longanesi. Direttore di Nazione Futura dal settembre 2022 a maggio 2025. Oggi e per sempre al servizio della Patria. Fumatore per virtù - non per vizio - di sigari, ho solo un mito: John Wayne.