Minacce alle porte
Queste industrie tech guadagnano frammentando l’attenzione dei ragazzi
Il problema non è lo schermo. È il tempo. I ragazzi non stanno semplicemente ‘troppo online’: crescono dentro un mercato che interrompe, misura, anticipa, trattiene. Ogni notifica è una piccola convocazione. Ogni video breve una promessa senza compimento. Ogni scroll una porta che non si chiude mai. Così il tempo lungo, quello in cui si studia, si legge, si ascolta e si cambia idea, diventa una forma di resistenza. Ogni epoca ha avuto la sua paura educativa: il fumetto, la televisione, i videogiochi. Ma qui c’è qualcosa di diverso. Non siamo davanti soltanto a un nuovo strumento. Siamo davanti a un’industria che guadagna dalla frammentazione dell’attenzione. Il ragazzo non è solo un utente: è tempo monetizzabile, dato comportamentale, emozione prevedibile, vulnerabilità trasformata in modello di business.
I numeri servono a evitare due errori opposti: il panico morale e l’indifferenza. Save the Children segnala che in Italia il 32,6 per cento dei bambini tra 6 e 10 anni usa lo smartphone tutti i giorni; nel Sud e nelle Isole la quota sale al 44,4. Tra gli 11 e i 13 anni, il 62,3 per cento ha già almeno un account social. Non è più una soglia adolescenziale. È l’alfabeto quotidiano dell’infanzia. L’Istituto Superiore di Sanità aggiunge un dato più inquieto: il 13,5 per cento degli adolescenti mostra un uso problematico dei social media, con prevalenze più alte tra le ragazze; a 15 anni, una ragazza su cinque è in questa condizione. La scuola è il luogo in cui questo conflitto diventa visibile. Secondo l’OCSE, in Italia il 38 per cento dei quindicenni dichiara di distrarsi usando dispositivi digitali in tutte o nella maggior parte delle lezioni di matematica; il 29 per cento dice di essere distratto dai dispositivi usati dai compagni. Non è un dettaglio disciplinare. È la privatizzazione dell’attenzione dentro lo spazio pubblico dell’apprendimento.
Intanto gli apprendimenti mandano segnali fragili. Nel 2025, alla fine delle superiori, solo il 51,7 per cento degli studenti raggiunge in Italiano un risultato almeno adeguato; in Matematica la quota è 49,2. Comprendere un testo, reggere un ragionamento, distinguere una prova da un’impressione non sono abilità scolastiche come le altre. Sono infrastrutture della libertà. Senza di esse la parola resta libera, ma il pensiero diventa più manipolabile. Anche l’informazione cambia forma. AGCOM rileva che il 40,7 per cento dei giovani tra 14 e 24 anni si informa esclusivamente online. Non è una condanna del digitale: Internet può aprire conoscenza, pluralismo, accesso. Ma se l’informazione passa soprattutto da piattaforme che ordinano la realtà secondo logiche opache, allora il pluralismo non basta che esista. Deve essere raggiungibile. Un ragazzo può avere il mondo in tasca e incontrare soltanto ciò che l’algoritmo gli ripete.
La lettura impedisce la caricatura. L’Istat mostra che nel 2024 il 78,9 per cento dei ragazzi tra 11 e 14 anni ha letto almeno un libro. I giovani non sono nemici naturali del tempo lungo. Il problema è che quel tempo va difeso. Tra gli 11 e i 17 anni, il 13,7 per cento dei non lettori dichiara di aver letto in passato e poi smesso. La questione non è rimpiangere un’età dell’oro che non è mai esistita. È impedire che la lettura diventi una pratica fragile, lasciata sola contro un’economia più ricca, più rapida, più aggressiva. Per questo il divieto, da solo, è troppo poco. Può servire in classe: uno spazio senza smartphone durante le lezioni non è repressione, è protezione dell’attenzione comune. Non a caso, secondo l’UNESCO, nel 2026 oltre metà dei sistemi educativi mondiali ha ormai restrizioni nazionali sull’uso dei telefoni a scuola. Ma un ragazzo senza telefono e senza biblioteche aperte, senza insegnanti sostenuti, senza adulti credibili, senza luoghi di parola, resta solo in un altro modo.
Il vuoto educativo non si cura solo togliendo uno schermo. Serve una politica del tempo lungo. Scuole senza smartphone nelle ore di studio, ma con educazione digitale vera: non imparare soltanto a usare le piattaforme, ma capire come guadagnano. Biblioteche scolastiche aperte il pomeriggio. Laboratori di lettura, scrittura, dibattito e verifica delle fonti. Educazione all’argomentazione: discutere non significa reagire, significa dare forma al dissenso. La democrazia non muore solo quando qualcuno censura la parola. Si impoverisce anche quando troppi cittadini non hanno più tempo, pazienza o strumenti per comprenderla. Il futuro dei giovani non si difende togliendo loro il mondo digitale. Si difende restituendo loro ciò che oggi vale più di uno schermo: un tempo abbastanza lungo per diventare liberi.
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