Si parla sempre molto di scuola, tirata in ballo a torto o ragione mentre discutiamo d’altro, ma spesso le informazioni più preziose al riguardo arrivano non da lavori specialistici, bensì da fonti trasversali, come potrebbe essere il romanzo Ragazzo italiano (Feltrinelli, pp. 310, 18 euro), appena pubblicato da Gian Arturo Ferrari, esponente di primissimo piano dell’editoria italiana e internazionale, in passato docente all’Università di Pavia. Nel 2014 pubblicò, presso Bollati Boringhieri, una delle migliori sintesi sulla storia della scrittura dalle tavolette mesopotamiche al Web: Libro. A settantasei anni esordisce nella narrativa. Il risultato appare in molti sensi sorprendente ma non inatteso, almeno per chi di Ferrari conosce e apprezza, non da oggi, la propensione affabulatoria.

L’opera, composta in terza persona e tuttavia di chiara matrice autobiografica, è divisa in tre parti: Il bambino, Il ragazzino, Il ragazzo. Al centro sta Ninni, che in seguito si chiamerà Piero, inquadrato sin dall’inizio insieme all’amatissima nonna quando dalla provincia lombarda si trasferisce a Milano nella stagione cupa eppure esaltante del secondo dopoguerra.

Pochi chilometri di distanza ma la differenza era abissale, segnando il passaggio dal mondo povero e rurale, regolato dai ritmi stagionali, alla realtà elettrica e dinamica della grande metropoli. A Querciano e Zanegrate – questi i nomi che vengono dati ai paesi originari – gli stili di vita restavano quelli contadini. Nel capoluogo padano invece ecco l’ascensore! L’acqua calda esce direttamente dal rubinetto. Gli interruttori della luce hanno i fili nascosti dietro i muri. Miracolo supremo: i caloriferi scaldano le stanze senza legna né carbone. La comparsa della televisione, poi, sarà qualcosa di inaudito. Voi direte: lo sapevamo. Sì, ma bisogna vedere come te lo dicono.

Un conto è leggerlo sull’enciclopedia, un altro averlo vissuto all’osteria, insieme ai «vecchi contadini immobili, il cappello sulle ginocchia, gli occhi fissi sullo schermo, solo il pomo di Adamo che andava su e giù. Come se vedessero la Madonna.» Tempi, irripetibili e travolgenti, di «Alfa e nazionali vendute anche tre alla volta in una bustina, la macchina del caffè che sembrava una locomotiva».

A ben riflettere gran parte del fascino che emana dal testo, composto in stile piano e scorrevole, diremmo tradizionale se non fosse per la velocità esecutiva dei dialoghi incastrati uno dentro l’altro, scaturisce proprio dallo scarto lancinante fra questa base in bianco e nero (pensando all’autore, per lunghi anni carismatico e temutissimo direttore editoriale della Mondadori) e l’energia economica e imprenditoriale da cui prenderà avvio il boom industriale. Insomma gli anni Cinquanta e Sessanta: il marchio identitario della Repubblica.

Cosicchè la vicenda del giovane protagonista diventa emblema della storia nazionale. Ma, e qui veniamo al punto da cui siamo partiti, se non ci fosse stata la scuola, tale progresso avrebbe escluso il piccolo Ninni. Dal maestro delle elementari Saverio Poli, che spiegava i fondamentali (il riassunto: «Dovrete anche far stare tutta la storia in tre pagine di quaderno con le righe di quarta»), all’esame di ammissione in terza media («una sbarra di confine»), fino al professore di liceo, il mitico Fumagalli, morto in cattedra causa emorragia cerebrale, lo scrittore tesse un implicito omaggio, in verità assai poco nostalgico vista la crudeltà selettiva rievocata, dell’istruzione pubblica che comunque lo ha formato.

È stata la cultura ad aiutarlo a smascherare l’ipocrisia delle classi medio-alte, i cui eleganti rampolli pensavano di farla franca limitandosi a sorseggiare il Martini nei bar di San Babila.

Alcune pagine, in particolare, restano nella memoria: il pianto silenzioso della nonna all’alba davanti al finestrone quando capisce che non sarà più possibile mungere a mano, la scoperta dei classici italiani conservati dalla madre in soffitta, il rapporto irrisolto e conflittuale col padre, la sofferta balbuzie dell’infanzia e prima adolescenza vinta soltanto all’assemblea studentesca, il ritratto in controluce di Montale intervistato a casa sua, un uomo tormentato coi capelli tinti, fumatore incallito (come in un flash d’epoca spunta il dettaglio del portacenere con sopra scritto “Cinzano”), certe definizioni volanti delle materie preferite («In prima media gli era piaciuta l’analisi logica, quella specie di dissezione che portava alla luce una nervatura nascosta nelle frasi…

Anche il latino non era male, con il suo sapore remoto ed esotico e la sua architettura complicata ma precisa… Il greco, meraviglioso e maledetto, ha in sostanza solo verbi irregolari, con i tempi formati su radici diverse, fino a tre»). Non a caso il racconto finisce a Delfi in un tramonto infuocato con il bacio leggero di Lucrezia sulla guancia di Piero nella speranza che Apollo non faccia il cattivo.

E chi se l’aspettava dall’arcigno e severo Gian Arturo Ferrari? Io però l’ho sempre intuito che lui veniva dal basso: «La minestrina in brodo la sera, stelline o tempestina. Stracchino e prosciutto cotto, bandiere della Lombardia».