Il dibattito sul voto dei cattolici per il referendum è un po’ surreale. Anche perché, come sufficientemente noto, il pluralismo politico, culturale e soprattutto elettorale nell’area cattolica italiana è un fatto acquisito da svariati decenni, almeno da alcuni anni prima del tramonto della Dc, che avvenne nel lontano 1993. Tuttavia, puntualmente riemergono vecchie tentazioni. Molto diverse da quelle della Prima repubblica del collateralismo con la Dc – anche se l’unità politica dei cattolici in Italia non è mai esistita perché rispondeva solo e soltanto a un fatto storico e politico contingente – ma sempre tendenziose.

Tutto nasce, va pur detto, per una serie di iniziative promosse da vescovi, sacerdoti e parrocchie che votano No. Iniziative del tutto legittime e naturali, come ovvio, ma che lasciano un po’ attoniti, soprattutto quando a organizzarle non sono movimenti del laicato cattolico ma realtà direttamente riconducibili all’istituzione Chiesa, seppur a livello locale. Ora, e per essere chiari sino in fondo, ognuno fa ciò che vuole e vota ciò che vuole, come ovvio. Ma, nello specifico, almeno tre riflessioni non si possono non fare.

La prima attiene al pluralismo politico ed elettorale dei cattolici italiani. Un fatto, questo, che era già presente, appunto, sin dai tempi della Democrazia Cristiana. Sarebbe curioso, al riguardo, se dovessimo, adesso, regredire rispetto a quella stagione, soprattutto in una fase post ideologica e a volte addirittura post politica perché ancora caratterizzata da un violento e persino sfacciato populismo. In secondo luogo, non possiamo dimenticare la precisa presa di posizione della Cei – anche se dopo un primo intervento del suo Presidente, card. Zuppi, che era stato letto ed interpretato dalla stragrande maggioranza degli organi di informazione come un invito esplicito della Chiesa a votare No – che ha ribadito, in una nota stampa, che la Chiesa non dà indicazione di voto concreta ma si limita a invitare, giustamente, i cattolici a recarsi alle urne. In ultimo, però, ma non per ordine di importanza, non possiamo non cogliere le notizie che vedono mobilitati molti prelati e parrocchie a favore pubblicamente del No.

È indubbio affermare che se dovesse prevalere nella Chiesa, o in alcuni settori della Chiesa, un preciso orientamento politico, di partito e di schieramento contro un altro orientamento politico di partito e di schieramento, dovremmo prendere amaramente atto che la stessa Chiesa diventa “parte” nella contesa politica e, di conseguenza, avrebbe un’immediata ricaduta nelle rispettive comunità ecclesiali. E, per essere ancora più chiari, avremo vescovi, parroci, parrocchie e diocesi che rappresentano i cattolici di sinistra – o di destra – rompendo, di fatto, l’unità della Chiesa locale per ragioni squisitamente ed esclusivamente politiche. Ecco perché dovrebbe essere sufficientemente chiaro che, ad oltre 30 anni dalla fine della Democrazia Cristiana, la Chiesa a livello nazionale come a livello locale fa bene ad avere una posizione di forte attenzione alla politica e a ciò che la caratterizza ma, al contempo, senza parteggiare apertamente per un partito, per uno schieramento o per una battaglia specifica sostenuta da una precisa alleanza politica.