Ma, francamente, la Chiesa italiana nella nuova fase politica che stiamo vivendo può accettare la logica bipolare? Per dirla con altre parole, può tollerare che al suo interno ci siano posizioni che platealmente e pubblicamente si riconoscono con il centrodestra o, in maggior misura stando alle ultime cronache, con la sinistra? Credo che questa sia una domanda legittima e non affatto polemica perché, così facendo, si assume una postura sempre più di parte e, di conseguenza, si accetta di riconoscersi in uno schieramento politico aderendo a precise forze politiche.

Una considerazione, questa, che si impone ormai da tempo ma che è esplosa con il recente dibattito pubblico in vista del prossimo referendum costituzionale sulla giustizia. A tal riguardo, troviamo la posizione del Presidente della Cei, card. Zuppi, dopo una prima seppur informale adesione al No al prossimo referendum, come avevano interpretato quasi tutti gli organi di informazione del nostro Paese – anche se poi è seguita una nota stampa della stessa Cei per ribadire che l’intervento di Zuppi era solo rivolto ai cattolici a recarsi alle urne. Poi abbiamo registrato una molteplicità di iniziative di sacerdoti e di parrocchie, nonché di prelati, nello schierarsi apertamente e smaccatamente per il No. E quindi con ragioni politiche e di schieramento chiare e definite.

Referendum, Zuppi dichiara il voto, Savino va al convegno

Per non parlare della prossima partecipazione del vice Presidente della Cei, mons. Savino, ad un convegno organizzato dal settore più politicizzato della magistratura italiana. E ovviamente per il No. Ora, nel rigoroso rispetto delle convinzioni politiche di sacerdoti e vescovi e delle rispettive parrocchie e comunità, è indubbio che quando – al di là delle chiacchiere, dell’ipocrisia e delle acrobazie verbali di singoli prelati o sacerdoti – la valutazione apertamente politica diventa il metro di misura per eccellenza per assumere determinate scelte e decisioni, dobbiamo anche prendere atto che non solo si spezza l’unità della rispettiva comunità ecclesiale, ma che la Chiesa accetta di farsi politicamente parte. E, di conseguenza, di partecipare attivamente e apertamente al dibattito come soggetto politico.

La Chiesa confusa per un soggetto politico

Per queste ragioni, semplici ma essenziali, e sempre nel rigoroso rispetto delle opinioni politiche di ciascun prelato e sacerdote, forse è anche arrivato il momento per dire con altrettanta chiarezza che l’attuale bipolarismo italiano non può essere il criterio ispiratore esclusivo del comportamento pubblico della Chiesa italiana. Un rischio, questo, che contribuisce inesorabilmente ad indebolire la “mission” della Chiesa da un lato e, dall’altro, a renderla un soggetto politico a tutti gli effetti. Un ruolo che non c’era neanche ai tempi della Democrazia Cristiana dove la cosiddetta unità politica dei cattolici era un fatto determinato da circostanze storiche e non da valutazioni squisitamente politiche e di parte. Ecco perché, e proprio alla luce delle recenti vicende legate al prossimo referendum, l’attuale bipolarismo politico italiano non può essere l’approdo definitivo del ruolo della Chiesa nella società contemporanea. Con buona pace di vescovi, sacerdoti e parrocchie che hanno scelto di optare per una precisa e determinata parte politica e di schieramento.