Ha diviso la sua lunga e importante vita pubblica tra magistratura, università e politica. È stato presidente della Camera dei deputati dal maggio 1996 al maggio 2001, e prim’ancora presidente della commissione parlamentare Antimafia. Più volte parlamentare, Luciano Violante ha sempre mantenuto un profilo “piemontese”, fatto di rigore e competenza, passione civile e senso delle istituzioni, rischiando di persona, come nel periodo – erano gli anni di piombo – in cui è stato giudice istruttore, fino al 1977, a Torino. Il Riformista lo ha intervistato sui temi più scottanti dell’agenda politica.

A settembre, Covid permettendo, oltre che per il rinnovo di 6 consigli regionali e governatori, si voterà per il referendum sul taglio dei parlamentari. Presidente Violante, qual è la reale portata politica di questo referendum?
C’è una portata politica ed una portata costituzionale. Quanto alla portata politica, beh, non c’è dubbio che i 5 Stelle si giocano una parte della loro identità in questo referendum, in quanto avevano proposto, all’inizio, la riduzione del numero dei parlamentari insieme alla introduzione del vincolo di mandato, con una proposta presentata al Senato dal senatore Crimi, attuale dirigente principale del Movimento 5 Stelle, e altri 34 senatori, e poi il referendum propositivo. Le tre cose, viste insieme, entravano all’interno di una idea di forte riduzione del sistema parlamentare, della democrazia parlamentare, in favore di due polarizzazioni: più potere alle minoranze attive nella società, con il referendum propositivo, più potere ai capi dei partiti con l’introduzione del vincolo di mandato, perché i capi dei partiti sarebbero stati gli unici a essere legittimati a interpretare il vincolo di mandato. Questa è la partita politica, a cui si aggiunge la questione del governo. Io non credo che il referendum possa avere effetti sul governo. Questo no. Ma certamente il risultato del referendum avrà effetti sui 5 Stelle. Se prevale il sì, come pare che tutti quanti dicano, è certo che si consoliderà la leadership di Di Maio e il Movimento vivrà un momento di tranquillità. Se invece dovesse prevalere il no, cosa che oggi appare imprevedibile, è chiaro che i problemi aumenteranno per i 5 Stelle. Sul piano costituzionale, la questione è molto semplice: io credo che i cittadini debbano sapere fino in fondo quali sono le conseguenze del loro voto. Questo è un principio democratico di fondo. Oggi non lo sappiamo. Perché in tante e rispettose prese di posizione, mi riferisco al ministro D’Incà (rapporti con il Parlamento, ndr), al sindaco di Firenze, al professor Ceccanti, si leggono dei “poi vedremo”, nel senso che poi ci saranno le riforme. Fatto sta che oggi siamo a meno di quattro settimane dal voto e non sappiamo ancora se ci sarà una legge elettorale nuova e quale sarà. Quali modifiche costituzionali o regolamentari verranno apportate al funzionamento del Senato… Tutti ritengono che questo referendum di per sé non sta in piedi, però nessuno poi dice cosa fare. Avremo tempo, ripetono. Pur rispettando chi la pensa diversamente da me, ritengo che non si possano chiedere voti in bianco ai cittadini. Bisogna spiegare bene quali sono le conseguenze, cosa, io politico, intendo fare di quel voto. Non posso dire “votate e fidatevi”. Ci vuole una certezza morale nei cittadini per potersi orientare in un modo o nell’altro.

In Parlamento, il Partito democratico ha sostenuto e votato la riduzione dei parlamentari, ma al suo interno diverse e importanti personalità sono oggi schierate con il “no”. C’è chi invoca coerenza e chi, sul fronte opposto, evoca un attacco frontale al principio stesso della rappresentatività. Come stanno le cose?
Innanzitutto, è evidente che il Partito democratico ha votato per un problema di maggioranza: non bisogna scandalizzarsi, ma dire le cose come stanno. Vedi, io sono sempre cauto di fronte ai catastrofisti, quando gridano all’attacco alla democrazia o alla Costituzione minacciata… Certamente c’è una visione profonda del sistema costituzionale. Perché l’ipotesi che prevale non è quella riformatrice. Nel passato nessuno, ma proprio nessuno ha mai proposto da sola, la riduzione del numero dei parlamentari. Essa è sempre stata proposta all’interno di un sistema di riforma più complessivo, ed è significativo che molti, non tutti, tra coloro che sostengono il “sì”, trascurino questo particolare: tutti i progetti di legge che hanno previsto la riduzione dei parlamentari, lo hanno fatto all’interno di una riforma più generale, non da sola. Quando è da sola, la logica è quella della deparlamentarizzazione del sistema politico. Per quanto tu possa fare, è chiaro che quella Camera sarà un intralcio per il funzionamento del Parlamento. Non solo. Perché l’altro effetto negativo è che diminuirà il peso delle istituzioni ma aumenterà fortemente il peso negoziale di ciascun senatore. Perché la maggioranza è 101: ciascun senatore avrà un potere negoziale, chiamiamolo così, molto maggiore rispetto al passato, ma questo potere negoziale non aumenterà il prestigio del Senato.

In una intervista a questo giornale, Mario Tronti ha sostenuto che sullo sfondo del referendum c’è l’irrisolto conflitto tra politica ed antipolitica.
In qualche modo sì, perché certamente la politica è il riconoscimento dell’altro e delle sue ragioni. È chiaro che nel momento in cui tu proponi misure anti, anti Parlamento, anti la cosiddetta casta, è chiaro che c’è un meccanismo antipolitico, che considera la politica un male. È una vecchia degenerazione del principio liberale, per cui ognuno faccia per sé e tutto quello che viene fuori dal mio circuito è tutto negativo perché può incidere sulla mia vita personale e sui miei circuiti di interessi. Alla base di una riforma presa da sola, c’è certamente questa visione. L’argomento che poi viene usato da alcuni, e cioè che quelli che votano “no” sono quelli che stanno bene così, è un argomento mediocre, che non va al cuore del problema. E questa sarà la lettura che verrà data: non so e francamente non mi interessa se questo è l’intento che hanno avuto i presentatori di questa proposta di legge, ma sta di fatto che la vittoria del sì, soprattutto se sarà una vittoria particolarmente evidente, verrà letta come una necessità di riduzione del peso del Parlamento e della democrazia rappresentativa.

La nostra democrazia si è retta, dal dopoguerra, sul sistema dei partiti. È ancora così e che cosa sono diventati oggi i partiti?
La parola “partito” è diventata una parola polisensica e ambigua. Io mi permetto di dire: parliamo di comunità politiche. Perché “partito” trascina ormai di per sé un complesso di significati, torsioni, equivoci, ambiguità che sarebbe meglio mettere da parte. Oggi ci sono comunità politiche? E che cosa sono? Io partirei da qua. Nel senso, ci sono organizzazioni di cittadini che hanno la stessa idea di futuro e fanno la stessa analisi del presente? Ecco, qui c’è un punto, a mio avviso, cruciale. Noi abbiamo un mare di votazioni ogni anno. Negli ultimi vent’anni, dal 2000, abbiamo avuto circa un voto ogni cinque mesi, e rischiamo che quando tu devi misurarti ogni volta su chi vince e chi perde, non c’è il tempo per fare un’analisi, per elaborare una strategia, per mettere in piedi una attività di persuasione, di convincimento, di spostamento di forze, cosa che è tipica della politica. Queste fratture semestrali impediscono questa cosa, e impediscono alle stesse comunità politiche di crescere. Il problema lo porrei così: oggi i partiti sono gruppi sostanzialmente oligarchici, che poi si indirizzano ad una platea in gran parte indifferenziata per cercare di spostarla sulle proprie posizioni. Bisogna porsi seriamente il problema di come si ricostituiscono comunità politiche. D’altra parte, vedo che in alcune forze politiche, nello stesso Partito democratico, qua è la, nella stessa Lega, ci sono effettive, reali comunità politiche, altrove non lo so. Dovremmo cominciare dai fondamentali: che cos’è oggi, nell’epoca della comunicazione digitale, una comunità politica? La comunità parla, si relaziona, ma le relazioni originarie delle comunità politiche, dei partiti non sono certo quelle di oggi. Se sono cambiate così radicalmente le forme di comunicazione, è evidente che è cambiato il substrato delle comunità politiche, ma non è cambiata la necessità di informare e di essere informati. Insomma, come oggi affrontiamo il tema della pedagogia politica nell’era della comunicazione digitale? Credo che questo sia il tema su cui vale la pena misurarsi, poi verrà il problema dei partiti. Prendere il problema dei partiti, ho l’impressione che sia cominciare dalla fine.

C’è chi sostiene che la sinistra, nel nostro Paese, sia vittima del “virus” del governismo. È un’accusa ingenerosa?
A me pare francamente di sì. Andiamo alla sostanza delle cose. Ho letto anche l’intervista un po’ brutale del presidente di Confindustria. Mi pare che questo governo abbia affrontato le questioni della pandemia in modo assolutamente esemplare, rispetto a molti altri Paesi. Si parla molto della scuola. In Germania hanno aperto subito ma poi hanno dovuto chiudere 41 istituti. Ma ci rendiamo conto della difficoltà di questo momento? Governare è la missione dei partiti politici, e non mi pare che abbiano governato per se stessi, questi partiti, mi pare che abbiano governato per rendere un servizio al Paese, poi c’è da vedere se sia stato buono o cattivo, né credo che abbiano acquisito benefici particolari, visto che sono sotto tiro ogni giorno. Vedi, nella sinistra c’è una componente che io definisco la “sinistra del cashmere”, la quale sta bene come sta. Il governo, di destra o di sinistra, alla fine conta poco, perché il suo status, il suo tenore di vita non dipende da quello. È elegante criticare il governo espressione della propria parte politica, perché fa più fine. Io credo che c’è una parte grande della società italiana – ma anche in altri Paesi vale lo stesso discorso – che ha bisogno di un governo che funzioni, che tuteli i suoi interessi, che regolarizzi e disciplini le cose. La vita di chi manda il proprio figlio in una scuola privata o a studiare all’estero, che si gode retribuzioni elevate, non è toccata dai governi. La vita della stragrande maggioranza della popolazione, sì. Questa sinistra che si crogiola nell’arte della critica, devo confessare che mi da un po’ fastidio.

In uno Stato di diritto, le regole sono sostanza, a prescindere da chi, in un dato momento, è maggioranza od opposizione. In Italia c’è questa consapevolezza nella classe dirigente e nell’opinione pubblica?
C’è una forte divisività nel nostro Paese, determinata in parte da ragioni storiche e in parte determinata dalla contrapposizione elettorale “semestrale” a cui ho fatto in precedenza riferimento. A questo proposito, segnalo un libro molto interessante di Raffaele Ajello, Civiltà moderna. Lineamenti storici e problemi italiani, che spiega molti conflitti italiani alla luce della storia del Mezzogiorno in particolare. Vedi, io faccio il giurista di professione da più di mezzo secolo, e non credo di poter essere tacciato di non tenere nel dovuto conto la legge e le regole, se invito a non avere una eccessiva fiducia nelle regole. Come diceva Machiavelli ci sono le leggi e poi ci sono i buoni comportamenti. Le leggi senza i buoni comportamenti non servono a niente, perché non puoi legiferare su tutto. Una società bene ordinata ha un numero inferiore di leggi rispetto a una società male ordinata. Il problema vero oggi, non è quello della regola ma quello del comportamento, che riguarda tanto le classi politiche dirigenti quanto i cittadini. Perché una democrazia che funzioni ha bisogno non solo di una classe dirigente democratica ma anche di cittadini democratici. Cittadini democratici, significa che conoscono i loro doveri, le loro responsabilità, agiscono non solo per i propri interessi egoistici ma nell’ambito di una comunità di cui si sentono appartenenti. Stiamo attenti: i cittadini hanno le loro responsabilità, il loro status nella democrazia, non sono spettatori. Lukashenko in Bielorussia voleva i cittadini spettatori ma quelli giustamente sono diventati attori. La democrazia vuole i cittadini attori. I comportamenti contano, eccome se contano! Quando abbiamo avuto leader volgari, l’Italia si è involgarita, quando abbiamo avuto leader razzisti, l’Italia è diventata razzista. Non è che il comportamento del leader non abbia influenza. Il comportamento, non la regola. Il comportamento, trasmesso attraverso i mezzi di comunicazione molto più della legge, influenza enormemente, perché la legge non la trasmetti attraverso i mezzi di comunicazione, nessuno la sta a sentire. Il comportamento, una fotografia, un filmato, una ripresa, sono cose che vedi, che hanno una vivacità che la legge non ha.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.