Con il 20,1% dei voti scrutinati in Spagna, i primi dati reali delle elezioni di oggi confermano i socialisti del Psoe in testa con 122 seggi, seguiti dal Pp con 82 e dall’ultradestra di Vox con 47.

La Spagna esce dalle quarte elezioni in quattro anni ancora senza una maggioranza chiara in Parlamento. I socialisti di Pedro Sanchez ottengono più deputati di tutti (114-119, in lieve calo rispetto ai 123 uscenti) ma tutt’altro che sufficienti per governare da soli, mentre i popolari recuperano dal tonfo storico della primavera scorsa (passando da 66 a 85-90, secondo il primo sondaggio diffuso alla chiusura delle urne). Ma è l’ultradestra di Vox a segnare il boom di giornata, più che raddoppiando i seggi (da 24 a 56-59) e proiettandosi come terza forza della politica spagnola.

La formazione di sinistra Podemos risulta ridimensionata (da 42 a 30-34 seggi) e Ciudadanos crolla (da 57 a 14-15). Insomma, stasera a Madrid il rebus per formare il governo si presenta praticamente identico a quello prodotto dalle elezioni del 28 aprile. Poco cambia nei numeri, ma tutto potrebbe cambiare nelle prossime ore. La strada di Sanchez per restare alla Moncloa con una maggioranza chiara appare in salita, ma ormai l’obiettivo – a detta di tutti – è sbloccare l’impasse che dura da troppo tempo. Le prime indicazioni non sono certo da trionfo per i socialisti, anzi. Ma con l’affluenza in calo e il peso dell’esasperante instabilità degli ultimi sei mesi, la vittoria del Psoe è la conferma di cui Sanchez aveva bisogno per provare in qualche modo ad andare avanti.

Tutto intorno il vero cambiamento, soprattutto con l’avanzata di Vox, che con una formidabile rapidità è riuscito a far abbandonare remore e pudori ad un elettorato che era evidentemente rimasto orfano di una voce chiara inneggiante senza ambiguità alla ‘Spagna Unita‘ di fronte alla sfida dell’indipendentismo catalano, acuitasi dopo le condanne emesse il 14 ottobre dal Tribunale supremo contro i leader di Barcellona. E’ stato lo slogan di Santiago Abascal, che ha fatto presa e realizzato quanto fino a pochi anni fa era inimmaginabile da queste parti. In linea con le previsioni il brutto risultato per la sinistra di Podemos guidata da Pablo Iglesias, che esce dalle urne evidentemente ridimensionato. Resta pero’ da capire cosa abbia voluto dire Iglesias con quel “tendiamo la mano al partito socialista” ripetuto ai seggi nella giornata elettorale. Ovvero se sia sufficiente a superare le rigidita’ che hanno impedito il dialogo a sinistra. Prezzo altissimo poi quello pagato da Ciudadanos, stasera praticamente con le ossa rotte. Eppure sei mesi fa il suo leader Albert Rivera si autoproclamava alla guida dell’opposizione. Poi l’eccessiva durezza mostrata sul dossier catalano gli ha tolto potere negoziale e i muri alzati bloccando ogni tentativo di dialogo hanno spaventato l’elettorato piu’ moderato. E allora da quel bacino forse qualcuno ha risalito la corrente fino a tornare a votare Pp, visto che dopo il tonfo storico di aprile i popolari hanno recuperato, senza tuttavia arrivare ai 100 seggi in cui sperava Pablo Casado per poter contare in un faccia a faccia con Sanchez. Ora i popolari potrebbero astenersi in aula sulla fiducia ad un governo Psoe, lasciando che Sanchez governi, per fargli opposizione e ricostruire in attesa del prossimo voto. Sfumerebbe invece lo scenario – ipotesi abbastanza azzardata gia’ alla vigilia – di una coalizione di destra-ultradestra (Pp, Vox, Ciudadanos). Ma che la Spagna, dopo una cosi’ prolungata instabilita’, si trovi davanti ad un bivio politico sembra un fatto acclarato, qualsiasi cosa succeda da domani e chiunque entri (o resti) alla Moncloa: dalle urne l’unica cosa chiara che sembra emergere e’ la necessita’ di una riflessione sullo stato del sistema politico del paese e soprattutto sull’efficacia della sua legge elettorale.