Roberto Saviano è ferito, dolorante, incazzato e sofferenze, rancoroso e grato. È tutto questo e tutto quello che gli è passato addosso e dentro in 15 anni: da quando gli venne assegnata la scorta fino a quando una sentenza ha condannato il boss del clan dei Casalesi Francesco Bidognetti e il suo avvocato Michele Santonastaso – rispettivamente a un anno e mezzo e un anno e due mesi – per le minacce a Saviano e alla giornalista Rosaria Capacchione. “Quello che ti è stato tolto non torna più – scrive Saviano – inutile pensare che ci sia il tempo di rimediare. Non sono in grado nemmeno di dirmi che ne è valsa la pena. Non torna più nulla. Avevo solo 26 anni e ora se potessi chiederei solo di camminare libero. Null’altro”.

E lo scrittore ripercorre quelle fasi, dice di non essere un eroe perché “gli eroi sono solo morti” e che deve tutto a “chi legge” e a “chi mi ha difeso”, e ringrazia i carabinieri della sua scorta. “Mi verrebbe da urlare – a tutti quelli che in questi anni hanno speculato sulla scorta alla quale sono costretto da quindici anni, a tutti quelli che mi hanno accusato e mi accusano di infangare la Campania e il Meridione, perché ne ho raccontato e ne racconto la ferita – avete visto, bastardi, che non era una messa in scena, un escamotage per avere successo, magari per comprare il fantomatico attico a New York. Io sono uno scrittore. Io del mio guadagno e delle mie storie avrei comunque fatto vita”.

Saviano, dopo quel bestsellers mondiale che fu Gomorra (edito da Mondadori), non ha smesso di scrivere, libri soprattutto, romanzi e saggi, e una serie tv di enorme successo, Gomorra, fiction ispirata alle vicende dei clan della Camorra la cui ultima stagione uscirà questo autunno. La lunga riflessione, o accusa, di Saviano dalle pagine de Il Corriere della Sera, con il quale collabora da inizio 2021, all’indomani del deposito delle motivazione della sentenza. “La minaccia e l’intimidazione” furono “espressione di una precisa strategia ideata” dai boss dei Casalesi, hanno scritto i giudici della Quarta sezione penale del Tribunale di Roma nella sentenza con la quale il 24 maggio hanno condannato a un anno e mezzo Francesco Bidognetti e a un anno e due mesi il suo avvocato, Michele Santonastaso.

Per i giudici Bidognetti avrebbe minacciato in aula Saviano e Capacchione, durante l’appello al maxi processo Spartacus attraverso un’istanza di rimessione dei giudici “influenzati” dalle parole scritte “dai giornalisti prezzolati”. Si legge ancora nelle motivazioni: “L’ostentata indicazione dei due giornalisti non funzionale al fine processuale, non può che essere interpretata come un attacco diretto con una forte valenza di minaccia, amplificata dalla lettura in aula che fu del tutto irrituale”. Da quel momento Capacchione fu messa sotto scorta e quella di Saviano venne rafforzata.

“Ricordo tutte le volte che io e Rosaria Capacchione abbiamo dovuto sentire l’orrida schifezza: ‘Chi ti vuole uccidere ti uccide subito, non dite cazzate’; e noi dovevamo quasi scusarci di essere in vita, chiedere perdono per non aver (ancora) gettato il sangue sull’asfalto” e invece “esattamente come tutti si sentono allenatori della Nazionale, tutti, quando parlavano della mia vita, diventavano esperti di mafia”. E invece “sarebbe stato forse meglio se mi avessero ammazzato, l’ho pensato, lo penso ancora. Sono ancora in tempo risponderebbe qualcuno. Ma chi te’ pens, i soliti ne farebbero eco. Nemmeno riesco più a ricordare. Avevo 26 anni e ora ne ho 42. Vivere sotto costante artiglieria ti fa vivere nella paura della morte? Magari. Ti fa augurare la morte”.

Giornalista professionista. Ha frequentato studiato e si è laureato in lingue. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Ha collaborato con l’agenzia di stampa AdnKronos. Ha scritto di sport, cultura, spettacoli.