In poche ora va tutto in fumo, o quasi: l’alleanza politica strutturale Pd-M5s; il Tavolo delle alleanze dove sedevano in pianta stabile Francesco Boccia, delegato da Enrico Letta, e Giuseppe Conte; gli accordi nelle città al voto. Il Pd resta solo con il suo “campo largo” ma al momento insufficiente. I 5 Stelle anche. E della Santa alleanza beatificata dal Richelieu del Nazareno in questi anni, Goffredo Bettini restano pochi resti e ancora meno speranze di risorgere. Certo, poi in politica tutto è possibile e questi anni lo hanno dimostrato. Ma domenica pomeriggio si è squarciato un velo che difficilmente si potrà rammendare. Il primo effetto è che la corsa al Campidoglio adesso si complica, per il Pd e per i 5 Stelle aprendo un’autostrada al candidato del centrodestra. Ancora, per altro, non pervenuto. Il segretario Letta sparge rassicurazioni. Ma il Nazareno è “furioso”: “È la prova che Conte non governa i 5 Stelle. Ci siamo illusi”. Il Piano B, quello senza i 5 Stelle, è debole. Il rischio di perdere Roma, alto.

Succede tutto tra sabato sera e soprattutto domenica mattina. Quando i giornali danno per quasi fatta la candidatura di Zingaretti al Campidoglio. Contro Virginia Raggi che nei fatti sarebbe stata mollata da un pezzo dei suoi. Col favore di Roberta Lombardi, colonna del Movimento prima maniera, poi tessitrice dell’accordo Pd-M5s in giunta Lazio e ora assessore alla Transizione ecologica nella giunta Zingaretti. La prima reazione, domenica mattina, è la notizia che il secondo assessore grillino in giunta, Valentina Corrado con delega al Turismo e alla Polizia locale, ha già pronta la lettera di dimissioni. Significa crisi di giunta perché senza i 5 Stelle la coalizione dem ha uno/due voti di vantaggio. Esattamente quello che Zingaretti non voleva e che Francesco Boccia aveva assicurato che non sarebbe successo. Anzi: nel piano Boccia-Conte Zingaretti sarebbe rimasto Presidente di Regione fino all’eventuale insediamento in Campidoglio. Come dice la legge.

Un “piano” – di cui Zingaretti non è mai stato entusiasta – che si è sgonfiato come un palloncino bucato appena Roberta Lombardi, proprio lei che doveva essere la quinta colonna del progetto, ha mollato. «Se Zingaretti si candida ci saranno gravi conseguenze – è il messaggio recapitato domenica intorno all’ora di pranzo insieme con la collega Corrado – la situazione che si verrebbe creare, uniti in Regione e avversari per la corsa al Campidoglio, sarebbe un paradosso incomprensibile». Bye Bye Zingaretti sindaco. Avanti tutta con Roberto Gualtieri, l’ex ministro che però non sta scaldando i sondaggi. Cosa che faceva Zingaretti. Il vero paradosso è che il Pd, nei fatti si fa dettare dai 5 Stelle il candidato per Roma. E che Conte ne prenda atto senza fare resistenza. Perché non è in grado di fare resistenza e di imporre la sua linea. “Conte pensava di averci già venduto al Pd e a Zingaretti” sono stati i commenti nelle chat interne anche di alcuni parlamentari 5 Stelle.

Zingaretti poteva osare di più? Fidarsi dei sondaggi, del buon lavoro fatto in regione, del successo della campagna di vaccinazione? Ha prevalso il terrore di “un intervento a gamba tesa di Dibba”. Un video “chissà come” del team Casaleggio. E poi c’era quella minaccia velenosa messa in giro dalla squadra di Virginia Raggi circa “un dossier su Zingaretti”. Tutte fake news e spazzatura perchè é l’ex segretario del Pd e il governatore del Lazio non ha nulla da temere. E però, una volta messo in moto il ventilatore con l’amplificare dei social, il danno comunque è fatto. Vero o falso che sia. Ha pesato, dicono al Nazareno, “il voltafaccia di Roberta Lombardi”. Ma più di tutto, quello che la stessa segreteria Letta considera “la notizia più grave”, è la constatazione che “Giuseppe Conte non governa i 5 Stelle, non è in grado di gestirli, non sa cosa si sta muovendo là dentro”. Il dubbio di aver sbagliato tutto, “cavallo e cavalieri”, cioè investire su Conte e sul Movimento, comincia a prendere spazio anche in segreteria. L’ex capogruppo Andrea Marcucci, che certo non è lettiano, la mette così: «L’errore del Pd è aver sopravvalutato Conte». E non è l’unico.

Letta deve correre ai ripari. Ai suoi avrebbe spiegato che «noi non possiamo in alcun modo rompere con i 5 Stelle perché dobbiamo evitare di ritrovarci soli. E di avere tutti contro». Occorre ingoiare il rospo e andare avanti sul progetto comune. «Noi andiamo avanti con le nostre primarie (20 giugno, ndr). Il primo turno delle comunali sarà una specie di primarie di coalizione con i 5 Stelle. Chi ottiene più voti poi sarà aiutato dagli alleati al ballottaggio». Zingaretti resta così fermo ai box, non scenderà in campo per salvare la Regione e preservare la possibilità di far convergere le forze e far risorgere l’alleanza almeno nei ballottaggi. A Roma come nelle altre città.

La situazione a Torino è simile a quella della Capitale. Ci sono ancora delle chance a Napoli ma ancora una volta non c’è chiarezza da parte del Movimento. Roberto Fico è il convitato di pietra a ogni incontro, ma ancora non ha deciso. Dipende molto dal presidente della Regione Vincenzo De Luca che non apprezza il profilo del candidato. Ai box, così continua a scaldare i motori l’ex ministro dell’Università Manfredi. Così come con Gualtieri, non fa bene al profilo del candidato questo attendismo in attesa dei 5 Stelle. Una subalternità che inizia a stare stretta nelle città. A Bologna e Milano il Movimento non ha candidati forti e dovrebbe prevalere l’accordo di sostenere il candidato Pd che uscirà dalle primarie.

Ma come è possibile fidarsi dopo i colpi di scena e i ribaltamenti di fronte di questi ultimi giorni? Chi sono i 5 Stelle? I ministri al governo o gli ortodossi che hanno blindato Raggi? E Conte, chi è in grado di governare? Questo il tarlo che attraversa la testa di Letta. Così come, almeno tra i parlamentari, prende campo una domanda: «Perché Nicola non ha rischiato? I sondaggi lo danno favorito. Poi, una volta eletto, ci saremmo giocati la partita in Regione…». Indecisione? Strategia? Errore di valutazione? I dubbi sono tanti. Sin troppi. E logorano la forza del Pd e del suo ipotetico campo largo. Che a Roma sarà conteso da tre candidati: Gualtieri (i suoi competitor delle primarie non dovrebbero dare sorprese), Virginia Raggi e Carlo Calenda appoggiato da +Europa e da Italia viva. «Appoggiamo Calenda, è l’unico in grado di cambiare Roma» dice Luciano Nobili di Italia viva. La ritirata di Zingaretti dalla scena di Roma – vittima di se stesso e di una strategia che ha diviso il Pd – apre la porte a Carlo Calenda. Perché una cosa è certa, dicono i parlamentari romani del Pd: «Se Raggi dovesse passare al secondo turno, non possiamo appoggiare colei che in questi anni ha distrutto la città».

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.