Editoriali
San Francesco, la voce che inquieta e orienta la storia: dai frati del Sacro Convento l’importante maratona
La carità di san Francesco non appartiene soltanto alla memoria. Non è un’immagine custodita nel passato, né un racconto devoto da contemplare a distanza. È un gesto vivo, una luce che ancora oggi attraversa le ferite del mondo e prende forma nelle opere francescane a servizio dei poveri, dei malati, degli esclusi, dei popoli colpiti da guerre, fame e solitudine. È questo il cuore della campagna solidale “Con il Cuore, nel nome di Francesco”, promossa dai frati del Sacro Convento di Assisi: trasformare l’eredità spirituale del Santo in aiuto concreto. I progetti sostenuti raggiungono comunità in Italia e in diversi Paesi del mondo, con interventi dedicati a mense francescane, istruzione, salute, accoglienza, lavoro, pace e inclusione. In ogni opera sembra risuonare la stessa domanda che Francesco pone ancora al nostro tempo: chi è il fratello che attende di essere riconosciuto?
Uno degli episodi più forti della sua vita è l’abbraccio al lebbroso. Francesco, che prima provava paura e disgusto, scese da cavallo, si avvicinò a quell’uomo ferito, lo abbracciò e lo baciò. In quel gesto cambiò il suo sguardo: il malato non era più qualcuno da evitare, ma un fratello da amare. Oggi quello stesso abbraccio continua nelle mense francescane italiane, dove chi bussa alla porta trova pasti caldi, ascolto, sostegno, orientamento sociale, assistenza sanitaria e vicinanza umana. La rinuncia ai beni davanti al vescovo di Assisi racconta un altro tratto decisivo della carità francescana: la libertà dal possesso. Questa scelta oggi si traduce in progetti che non alimentano dipendenza, ma promuovono autonomia. In Africa, per esempio, gli interventi legati alla formazione professionale, all’agricoltura, all’accesso all’acqua potabile e alla scuola aiutano famiglie e comunità a costruire un futuro più stabile. Francesco preferiva la compagnia dei poveri, dei malati, degli emarginati, non da benefattore distante, ma da fratello tra fratelli. Questa prossimità rivive nelle opere sostenute in Italia, come le mense e le comunità di accoglienza, ma anche in realtà dedicate a persone che vivono situazioni di dipendenza e fragilità. È il caso della Comunità San Francesco di Monselice, nata dall’intuizione di frati francescani e divenuta nel tempo un punto di riferimento per accompagnare chi desidera ricominciare.
La cura dei malati, che i primi frati praticavano con umiltà, trova oggi continuità nei progetti sanitari e nutrizionali sostenuti dalla campagna. In territori segnati da povertà e conflitti, come il Sudan e la Repubblica Democratica del Congo, l’impegno francescano si traduce in cibo, cure, vaccinazioni, assistenza al parto, sostegno a madri e bambini malnutriti, completamento di centri sanitari. Anche in Madagascar, nell’accoglienza di bambini orfani o abbandonati, la cura diventa protezione, casa, possibilità di crescere. Anche la pace con il lupo di Gubbio, pur nella sua forza simbolica, parla con sorprendente attualità. Francesco non rispose alla paura con la violenza, ma cercò una riconciliazione. In questo spirito si collocano i progetti nei territori segnati dalla guerra, dove i francescani distribuiscono aiuti, sostengono sfollati, lavorano per riaprire scuole e ricostruire fiducia. In Sudan, ridare ai bambini la possibilità di studiare significa seminare pace dove la guerra ha tentato di rubare il futuro. La fraternità universale di Francesco, cantata nel suo amore per ogni creatura, si riconosce anche nei progetti dedicati all’acqua, alla terra, al lavoro e all’educazione. Garantire acqua potabile in Ghana, sostenere fattorie e raccolti in Tanzania, rafforzare scuole e biblioteche, offrire formazione professionale ai giovani e alle donne significa custodire la vita nella sua interezza. La carità francescana non separa il pane dalla dignità, la cura dalla giustizia, l’aiuto immediato dalla speranza di domani.
“Con il Cuore” sostiene 23 progetti in 14 Paesi, ma dietro i numeri ci sono volti: bambini che tornano sui banchi, madri che ricevono cure, giovani che imparano un mestiere, famiglie che ritrovano cibo, persone sole che vengono ascoltate, comunità ferite che provano a rialzarsi. È qui che Francesco continua a vivere: non come ricordo lontano, ma come presenza operosa nella storia. “Francesco vive”, lo diciamo senza retorica. Vive ogni volta che un povero viene chiamato per nome, che un malato non viene lasciato solo, che un bambino torna a scuola, che una donna trova protezione, che un giovane impara un mestiere, che un popolo ferito riceve pane e pace.
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