Da alcuni giorni la vita politica spagnola, e in particolare quella del Governo di Pedro Sanchez, giunto ormai a metà legislatura, ruota intorno a una parola: indulto. E ancor più ciò accadrà nelle prossime settimane. Per capirlo dobbiamo fare qualche passo indietro. Nel 2019 sono stati condannati in via definitiva dodici leader catalani secessionisti. Il Governo Sanchez, secondo la legge che regola l’indulto, ossia il provvedimento che estingue in tutto o in parte la pena, nei giorni scorsi ha chiesto il parere (obbligatorio ma non vincolante) del Tribunale Supremo in quanto si tratta dell’organo del potere giudiziario che ha emesso la sentenza.

Il Tribunale si è espresso il 26 maggio in modo negativo in sostanza, sostenendo che l’indulto non può essere inteso come un grado ulteriore di giudizio che metta in particolare in discussione la proporzionalità delle pene e tende a interpretare in modo restrittivo le fattispecie di “giustizia, equità, utilità pubblica” che lo legittimerebbero, specie in assenza di un pentimento dei condannati. Tuttavia è il Governo a essere il dominus nella procedura: il Re decreta l’indulto su proposta del ministro della Giustizia, previa deliberazione del Consiglio dei ministri. Ad esso spetta quindi l’interpretazione di quelle fattispecie, in particolare di cosa debba intendersi per utilità pubblica. Si tratta di una decisione eminentemente politica, prima che di equità o di umanità della pena. Che il Tribunale che ha emesso la sentenza difenda il proprio operato sta ovviamente nelle cose, e in particolare esso ha ragione a ricordare che se opponi alla legalità costituzionale una presunta legittimità democratica (senza avere la forza per imporla) finisci fatalmente in prigione, ma ciò non annulla la discrezionalità della responsabilità politica.

Facciamo un ulteriore passo indietro per capire meglio. In origine questi poteri di clemenza erano attribuiti ai sovrani assoluti; con il passaggio alla democrazia dove sono rimaste le monarchie fatalmente i sovrani hanno perso un ruolo sostanziale, che si è spostato su organi espressivi della sovranità popolare, di norma Parlamenti e Governi. In Italia il testo originario dell’articolo 79, prima dell’eccessivo innalzamento dei quorum dell’inizio degli anni 90, ruotava formalmente soprattutto sul Parlamento e sul Presidente, ma la sua politicità, ed anche la necessità di un intervento del Governo, non sfuggiva comunque ai Costituenti. Per Togliatti “era un attributo della sovranità” in cui la Repubblica non poteva essere da meno della Monarchia (29 gennaio 1947) e per Leone “ragioni di opportunità, teorica e pratica” concorrevano a “far attribuire al Governo l’attività rivolta a concretare e a rendere attuabile la deliberazione del Parlamento”.

Da questo punto di vista, ferma la distanza tra grazia (provvedimento individuale) e indulto (collettivo), non fu invece convincente (e non solo a giudizio di chi scrive) la sentenza della Corte costituzionale del 2006 sul carattere presidenziale del potere di grazia, motivato a partire da ragioni umanitarie. Come ebbe a scrivere prima della sentenza l’attuale giudice Zanon proprio il caso da cui originava il dibattito, quello Sofri, evidenziava indubbie motivazioni politiche e l’attribuzione al solo Presidente finiva per eludere il controllo parlamentare su un atto per sua natura opinabile e che quindi doveva essere soggetto a un dibattito pubblico anche in sede parlamentare, che poteva esservi solo di fronte a una precisa responsabilità del Governo, nello specifico del ministro della Giustizia. Sia alcuni importanti casi precedenti (grazia a partigiani comunisti contrari alla linea legalitaria di Togliatti e da lui spediti in Cecoslovacchia, terroristi secessionisti altoatesini) sia successivi (agenti della Cia per il rapimento di Abu Omar), e mi limito qui solo a quelli più eclatanti, non si lasciano obiettivamente ricondurre a motivi umanitari, ma a decisioni altamente politiche.

Pedro Sanchez ritiene di dover decidere in tal senso, in uno scontro frontale con i gruppi di opposizione di centro-destra e di destra. Indubbiamente incide un elemento di realpolitik che gli può essere ritorto conto: dopo la crisi radicale di Ciudadanos il Governo centrale che è di minoranza (o, più correttamente, di maggioranza relativa) può reggersi solo con l’appoggio esterno di quello che oggi è il partito più moderato dell’indipendentismo catalano, ossia Erc, la sinistra repubblicana catalana. Tuttavia, valutando a prescindere da queste esigenze di realpolitik, il punto politico in termini esattamente di “utilità pubblica”, è il seguente: c’è un modo di interrompere lo scontro frontale che a partire dalla sentenza della Corte costituzionale spagnola sul nuovo Statuto catalano (non esente da note pressioni politiche da parte del Partito Popolare) domina la Catalogna?

Ovviamente ciò comporta non solo una decisione politica forte del Governo, probabilmente impopolare a breve, ma anche una posizione politica accorta da parte di Erc, non per pentirsi del passato ma per affermare che in futuro non saranno ripetuti tentativi unilaterali ed extra-legali. Una prima dichiarazione in tal senso è venuta l’altro ieri dal leader di Erc Junqueras. Se così fosse, se seguissero atti conseguenti, varrebbe la pena di procedere, anche a costo di una possibile sconfitta elettorale successiva. Perché l’utilità pubblica ci sarebbe tutta. Adelante Pedro, con juicio. Lo diceva Manzoni nei Promessi Sposi, rivolto al cocchiere di una carrozza in mezzo a una folla minacciosa. Il caso non è poi così dissimile.