È comprensibile che molti osservatori dopo quattro elezioni in quattro anni abbiano seguito con grande contentezza l’annuncio di un governo di coalizione tra Psoe e Podemos. Tuttavia si tratta solo di una premessa necessaria, ma niente affatto sufficiente. Le cause che rendono complicata negli ultimi anni la formazione degli esecutivi sono infatti due e non una sola. La prima è la tradizionale avversione a governi di coalizione che non ci sono mai stati nella Spagna democratica post 1978 e che, però, sono difficilmente evitabili una volta che si sono stabilizzati sopra il dieci per cento dei voti oltre al Psoe e al Pp anche Vox, Podemos e Ciudadanos e dopo che nessun partito, in questo nuovo quadro frammentato, supera il trenta per cento dei voti. In questa condizione neanche il classico sistema con sbarramenti significativi può fare miracoli in termini di governabilità. C’è però anche una seconda causa che non è affatto rimossa ed è lo scivolamento dei partiti catalani su posizioni secessioniste. In precedenza quando i due partiti chiave, Psoe e Pp, erano sul filo di lana della maggioranza, i regionalisti, soprattutto Convergenza e Unione, davano un appoggio esterno ad uno dei due e il governo poteva partire e proseguire con varie concessioni nel senso dell’autonomia. Il problema è che la secessione è l’opposto dell’autonomia, introduce una rigida logica binaria sì/no, mentre l’autonomia si presta naturalmente a un dosaggio di quantità. Se i gruppi separatisti monopolizzano il dieci per cento del Parlamento l’impresa di formare il governo diventa ardua.

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È vero che il Psoe e Podemos hanno rispetto alle forze a destra del centro una posizione pragmatica, aperturista, di sviluppo dello Stato delle autonomie: l’unica che possa portare prima o poi oltre l’impasse presente e che lo specifico punto di programma della pre-intesa ha un lessico dialogico. Tuttavia è stato sufficiente dire che questo dialogo si debba svolgere dentro la Costituzione per costituire, allo stato, un limite non superabile se i secessionisti non si riconvertono in autonomisti. Al di là dei giochi di parole, delle dispute tra varie teorie giuridiche, la Costituzione è garanzia di unità e preclude di per sé qualsiasi apertura a un’idea di secessione. È evidente che spinte secessioniste possano avere successo, ma perché hanno la forza di distruggere la Costituzione e di creare nuovo diritto, non perché la rispettino nel suo contenuto fondamentale. Per di più, in presenza di più forze secessioniste, anche quella meno rigida, in questo momento Esquerra Repubblicana, partito che ha peraltro una dialettica interna piuttosto confusa, ha difficoltà a mostrarsi pragmatica perché subirebbe le contestazioni dai settori più intransigenti. Per questo il primo incontro di ieri tra Psoe ed Erc non è andato bene e non sono alle viste disgeli miracolosi. Ovviamente è anche vero che in passato Erc aiutò la governabilità con Zapatero, che ha difficoltà a giustificare nuove elezioni che potrebbero far ancora crescere l’estrema destra di Vox e che forse, alla fine, potrebbe bastare in questa fase l’apertura generica di un tavolo di trattative senza nessuna, almeno apparente, pregiudiziale. Potrebbe però reggere per una legislatura? Difficile trovare anche soluzioni alternative. Sarebbero preziosi i dieci voti di Ciudadanos, ma quel partito viene da una gravissima sconfitta elettorale ed ha difficoltà a prendere decisioni nel breve periodo. Per di più ha posizioni del tutto intransigenti di tipo centralistico sulla Catalogna e risulta difficile chiederne il consenso durante un’apertura a Erc o anche subito dopo. Infine la presenza crescente di Vox sull’estrema destra crea problemi a posizioni aperturiste sia dei Ciudadanos sia del Pp. Non è quindi mai bene proiettare i desideri sulla realtà. Il 2020 potrebbe aprirsi anche senza un nuovo Governo e non è affatto detto che non si vada alla quinta elezione in cinque anni. Tempi difficili per molte democrazie parlamentari europee.