Niente di personale contro turisti e proprietari di seconde case. Anzi, il contrario. Perché la Sardegna sta difendendo con le unghie e con i denti la zona bianca faticosamente conquistata anche per regalare, nella prossima estate ormai vicina, vacanze in totale sicurezza a chi non vede l’ora di lasciarsi alle spalle l’anno orribile della pandemia. È questa la filosofia che ha spinto il presidente della regione Christian Solinas, ieri in tarda sera, e con un inatteso colpo di scena, a firmare un’ordinanza per vietare l’arrivo nelle seconde case se non per motivi di lavoro, salute e necessità.

Niente vacanze, niente Pasqua al ristorante in riva al mare, con un’unica eccezione: i vaccinati, che, certificato alla mano, potranno raggiungere l’isola anche da zone arancioni e rosse. Contemporaneamente, Solinas ha organizzato una rete sul territorio senza precedenti: 800 uomini del corpo forestale e 5500 uomini fra polizia locale e barracelli controlleranno che tutti rispettino le regole. Ovvero fare il tampone appena arrivati o entro le 48 ore successive, o osservare una quarantena di 10 giorni. Di tutto questo, il governatore vuole fare un laboratorio nazionale, perché “questa è una battaglia comune, da vincere insieme. I controlli non sono una caccia allo straniero” assicura Solinas, rivendicando la primogenitura dell’idea del passaporto sanitario, che ieri ha incassato il via libera dalla commissione dell’Unione europea.

L’obbligo dei controlli in ingresso è scattato l’8 marzo, e qualcuno si chiede perché, se già ci sono i controlli, è stato necessario chiudere: la risposta è chiara, il sistema può reggere con i numeri attuali, non se si riversassero nell’isola decine di migliaia di turisti. L’alternativa alla chiusura sarebbe stato l’obbligo dei tamponi alla partenza, strada su cui la Sardegna sta lavorando con alcuni scali di partenza ma ancora in embrione. Di sicuro, non si vuole replicare l’incubo della scorsa estate, quando nelle discoteche della Costa Smeralda esplosero contagi e polemiche.

Prima di arrivare alla firma di ieri, il presidente della regione è stato sottoposto a un pressing continuo e trasversale. Dall’interno della sua stessa maggioranza, con Forza Italia che spingeva per la chiusura dei confini, e dall’opposizione, con il centrosinistra e i 5 stelle irremovibili nel chiedere di blindare la zona bianca. E poi, il popolo sardo, con petizioni, raccolte firme e tam tam all’unico e condiviso grido del “chiudiamo tutto prima che sia troppo tardi”. Solinas di chiudere non ne aveva intenzione, come era emerso dalle parole del suo capogruppo in consiglio regionale, che aveva illustrato i due punti della strategia regionale, ovvero chiedere al governo di intervenire sui tamponi in partenza e rendere i controlli molto più stringenti.

In poche ore, il cambio di rotta: troppo alto il rischio, considerando che anche la Sardegna ha le sue grane e procede col fiato sospeso con tre comuni in zona rossa e i numeri in leggera risalita, troppo basso il consenso che ne sarebbe derivato. Le prime 24 ore sono quasi passate e il governo per ora non ha contestato l’ordinanza. Solinas dice di essere convinto di aver agito nel rispetto del quadro normativo. I sardi festeggiano: il diritto alla salute è sacro, è il mantra comune. Il traguardo da raggiungere a questo punto è chiaro: diventare prima regione covid free d’Italia, per riaprire finalmente in sicurezza e far ripartire economia e futuro.